Sul libro “Portoferraio 1933, processo a Sandro Pertini” (Circolo De Amicis, 30 novembre 2011)

Circolo De Amicis

Milano, 30 novembre 2011

Presentazione del libro-dossier

Sandro Pertini – Processo a Portoferraio nel 1933

Intervento del prof. Stefano Rolando

(membro del Comitato Scientifico della Fondazione Sandro Pertini)
 

Il libro curato da Stefano Bramanti e Romano Figaia, di cui abbiamo ascoltato la natura di racconto e di dossier di documenti originali al tempo stesso, riguardante il processo elbano del novembre del 1933 al “recluso politico” Sandro Pertini – come lui stesso, carcerato a Pianosa, si firmava – è una bella metafora del rapporto tra dignità e libertà.
Non certo per il rilievo del contenuto giudiziario (come si è colto, fu solo una piccola controversia su una ipotetica battuta reattiva di un detenuto trascinato di carcere in carcere per anni a una guardia maleducata, che probabilmente lo stesso detenuto portò a conflitto giudiziario a scopo politico), ma per quattro ragioni essenziali attorno a cui desidero svolgere alcune brevi riflessioni. In sintesi: per l’epoca in cui si svolsero i fatti; per i dettagli della vicenda processuale che la rendono appunto “metaforica”; per gli spunti rivelatori della personalità di un grande patriota e di un grande combattente; e infine per il filo rosso che lega quella vicenda all’oggi – 78 anni dopo – unendo storie esemplari della rete profonda della cultura democratica del nostro paese.
Prima di entrare nel merito consentitemi di rivolgere a tutti un saluto a nome della Fondazione Pertini, qui ben più significativamente rappresentata dal suo presidente, l’ing. Umberto Voltolina, che tuttavia ha avuto la generosità di indicare me, membro del comitato scientifico dell’organismo, a svolgere questo contributo. E, malgrado la mia attività universitaria e qualche scritto all’attivo anche in campo storico, politico e identitario, non credo che la scelta di Umberto sia stata determinata da aspetti “scientifici”. Ma – e ciò mi riempie di orgoglio – dalla condivisione, che ci ha riguardato per tanti anni, di un grande e personale affetto nei confronti del presidente Pertini, che ho incrociato nella mia vita da ragazzo, poco più che sedicenne, direttore del giornale degli studenti del mio liceo a Milano, in occasione di una delle sue frequenti visite alla città, per mettere nelle sue mani la copia del numero speciale che noi del “Carducci” insieme ai ragazzi del “Parini” – fondendo nell’occasione le due testate – facemmo per il ventennale della Liberazione, lavorando a quel numero la nostra “meglio gioventù”, tra cui fatemi solo citare, uno per tutti, Walter Tobagi. Un incontro che generò le condizioni di stargli poi accanto e vicino, come ho potuto, per tutta la sua ancora lunga vita, fino al 1990. Di averlo accompagnato in viaggi importanti in Italia e all’estero (ricordo una volta, e da presidente della Repubblica, anche qui in questo Circolo). Di avere avuto l’onore di domeniche e serate a casa, raccogliendo storie e opinioni e con una interazione che ha riguardato le nostre famiglie e che consente oggi di ricordare qui – come ho accennato in qualche scritto – quanto Carla Voltolina fosse parte di una grande avventura umana e civile che per mezzo secolo ha legato quella coppia.

Vengo al libro e alla riflessioni che esso mi ha indotto.

L’epoca
Contestualizziamo gli accadimenti. I fatti sono del 2 ottobre 1932. L’accusa – che porta Pertini da Pianosa alla torre carceraria dell’Elba e al processo a Portoferraio – è contenuta nell’asserito “oltraggio a pubblico ufficiale”. Avrebbe detto alla guardia Cuttano che era entrato in cella per portarlo in altra parte del carcere: “Avevate tutto il tempo e ora dovrei scattare. Se non sai il regolamento te lo dico io, imbecille. Mi hai rotto i coglioni. Te lo dico anche se questo mi costerà altra cella ma è li che voglio stare”. La memoria, redatta a mano, da Pertini che denegava l’oltraggio asserendo di avere reagito dicendo solo che la guardia non doveva “trattare i carcerati come bestie” è del 5 febbraio 1933. La dissociazione rispetto alla domanda di grazia a cui fu indotta la madre è del 23 febbraio del 1933. Il processo si celebra il 9 novembre 1933.
Ora è evidente che nel ‘33 il fascismo è regime, non più certo “movimento”, è totalizzante e non consente più spazi di libertà. Fiatare contro il regime è dunque senza speranza. In più, per ricordarci doveva andava l’Italia e l’Europa, è bene avere a mente che dal gennaio di quell’anno il fascismo aveva dato modello a Hitler per affermare il nazionalsocialismo in Germania. I processi, la giustizia, di fronte agli avversari politici, non sono più questione “di diritto” ma questione “di principio”. Lo è per Pertini che trasforma una piccola controversia in uno spazio di visibilità, di dimostrazione, a cui dedica pagine e pagine, energie, una linea di difesa, eccetera. Lo sarà per la Corte che, anche se con qualche contenimento, non potrà che condannarlo (9 mesi supplementari rispetto ai lunghi anni che andava già scontando). Insomma in quel 1933 chi è contro davvero o è in esilio o è in carcere. Opporsi diventa così un lucido progetto di lungo periodo. Gli autori del libro ne fanno un breve ma prezioso cenno a pagina 49, che mi ha fatto venire in mente lo stesso “lavoro nell’ombra” che – sia pure meno disagiato – faceva De Gasperi nella Biblioteca Vaticana. Leggere, comprendere, se possibile tessere rapporti, soprattutto pensare al futuro del paese e prepararsi in una sorta di lunga marcia di resistenza all’inevitabile giro della storia.

I dettagli
Il carteggio – fatto da dattiloscritti di polizia e magistratura e dalle carte redatte a mano da Sandro Pertini – è documentazione importante e piena di dettagliate rivelazioni. Sul clima, sul tempo, sulle condizioni di quella profonda e drammatica lotta solitaria. Una sorta di epopea dei “gesti simbolici” che nessuno può vedere. Dunque il processo come sicura sconfitta ma anche come ricerca politica di un territorio di visibilità e di affermazione di principi. Al dettaglio istruttorio del Tribunale Speciale si oppone il dettaglio istruttorio di Pertini, con la sua scrittura personale e con le sue minuziose compilazioni per contendere il trattamento della verità a un regime fortissimo. Non ho argomenti per dire se la frase oltraggiosa fosse stata vera o falsa. A naso posso credere che un “imbecille” sia scappato, mentre dubito – ma parlo solo per ipotesi – che ci sia stato il “tu”, per giunta espresso con arroganza di classe, nei confronti del secondino. A margine dei “dettagli” alcuni fatti monumentali, come la rinuncia alla “grazia” impetrata dalla madre che è segno di una battaglia politica senza quartiere che – per usare le parole all’origine di Saragat e che poi furono di tanti altri – connota non la storia di un semplice resistente ma la storia di un eroe. 

Gli spunti rivelatori
Appunto l’eroismo centrato nella difesa estrema della dignità è al cuore di questo episodio, in cui – a differenza della brutale violenza della Shoah e di altre pagine drammatiche della storia di quegli anni – qui ha ancora un contesto di esercizio perdente ma possibile. Anche se i processi politici non avvenivano in televisione e la condizione di visibilità era marginalissima e quindi affidata in larga parte a futura memoria, oltre a mantenere tuttavia viva la condizione psicologica della resistenza. C’è nelle pagine delle memorie e delle lettere di Pertini tutt’altro che il disprezzo per la guardia, ma insieme un richiamo ai doveri umani e una certa comprensione – si potrebbe dire con espressione di poi “pasoliniana” – della “condizione umana” della funzione del poliziotto. L’insieme dei dettagli di questa storia sono la metafora di cosa significhi ingaggiare una lotta a un regime in condizioni carcerarie. Non per un mese o per un anno. Ma, alla fine dei conti, per 15 anni di carcere e confini, con 6 condanne, 2 evasioni, la formazione di una personalità combattente che ne farà poi, da libero cittadino, da parlamentare e da presidente (della Camera e della Repubblica) un monumento contro gli attentatori alla costituzione repubblicana e all’ impianto della democrazia parlamentare ma anche contro gli infangatori della politica.

Il filo rosso fino ad oggi
Innanzi tutto il primo “filo rosso” è quello della rete minuta, fervida, devota, appassionata alla pedagogia civile, di persone, circoli, associazioni a cui la vita di Pertini ha insegnato qualcosa tanto che ne fanno tuttora (come lo fa il nucleo pertiniano elbano qui presente stasera) ricerca e testimonianza. Lo considero un bene prezioso per l’oggi a cui la Fondazione Pertini – come Umberto ben cerca di fare – deve dare ascolto e stimolo, trovando poi contesti, come lo è certamente il De Amicis a Milano, di naturale incontro e racconto.
Il lascito della presidenza Pertini ci riguarda. Perché riguarda il tema dell’autorità morale nella vita pubblica, riguarda la difesa prioritaria delle istituzioni rispetto agli interessi personali, riguarda un’idea ampia e unitaria della stessa sinistra politica a condizione di essere connotata dalla cultura della libertà e dal rispetto del pluralismo. E riguarda anche l’impegno oggi di circoli e fondazioni che si richiamano, con varie tendenze politiche e culturali, al valore della memoria e della storia. Appunto dopo anni in cui non solo il “berlusconismo” ma come ha scritto in un bel libro Barbara Spinelli (Il sonno della memoria, edito da Mondadori), anche molti partiti, a sinistra come a destra, hanno scelto di proporre un nuovismo che non significa “innovazione” ma significa rinuncia a lavorare senza propaganda sulle nostre storie e sulle nostre radici. Ambiti di cultura politica a cui la costruzione di quella che qualcuno già chiama “terza Repubblica” non credo possa fare a meno perché alcuni di essi non hanno lo sguardo indietro per assenza di visione e di prospettiva ma hanno il senso della storia per reagire progettualmente alle servitù del presente.