Stefano Rolando: Manlio Cancogni “milanese” – L’ultima conversazione pubblicata da 451

451- La rivista italiana di The New York Review of Books
Manlio Cancogni “milanese”
Incontro con l’ultimo grande scrittore toscano del novecento italiano.
A 95 anni ha ritrovato un manoscritto perduto da più di trent’anni, ultimo di sette romanzi di un ciclo degli anni ’70, che con il titolo La cugina di Londra è stato appena pubblicato da Elliot.
Rivendica il suo amore per la modernità di Milano,
da Manzoni a Montanelli, dal Corriere alla Gazzetta, dai chiostri del centro ai capolavori di Brera.
Stefano Rolando
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Manlio Cancogni, nato a Bologna nel 1916 e vissuto in Versilia (e anche a Parigi, negli Stati Uniti e a Milano), ha ritrovato nel 2011 il manoscritto di quaranta anni fa  La cugina di Londra, ultimo romanzo inedito di un ciclo storico aperto con La linea del Tomori. Elliot – che ha pubblicato di recente anche La sorpresa (Premio Pen Club) e ripubblicato Parlami, dimmi qualcosa – l’ha proposto a novembre 2011 nella collana “Raggi”. Cancogni ha vinto nel 1973 il Premio Strega con il romanzo Allegri, gioventù e nel 1985 il Premio Viareggio con Quella strana felicità. Grande penna del giornalismo d’inchiesta dagli anni ‘40 in poi (l’Europeo, L’Espresso, Il Giornale  e molti altre testate), autore tra l’altro di una celebre inchiesta sull’edilizia a Roma “Capitale corrotta nazione infetta”, nel 2009 ha realizzato con Stefano Rolando un lungo colloquio pubblicato dalla rivista Mondoperaio (n. 6/2009 Settanta domande a Manlio Cancogni) dedicato all’incrocio tra il suo percorso civile e quello di scrittura. Sul ritrovamento del manoscritto e su altri ricordi di vita – legati in particolare a Milano e al dopoguerra – Cancogni è tornato di recente con lo stesso Stefano Rolando, professore all’università IULM di Milano e autore di saggi e libri-colloquio. 451 lo pubblica integralmente rallegrandosi per il contributo che, a quasi 96 anni, Cancogni da ancora alla cultura italiana.  
 
 
Rori ricordatene, sulla tomba ci voglio scritto Manlio Cancognimilanais”.
Lo dice così, alla francese. Ridacchiando e proponendo alla moglie di lasciare solo le sue ossa, ma non l’anima, alla pur amatissima Versilia, che lo ospiterà in eterno.
Arrivai a Milano la prima volta nell’agosto del ’45, mandato dal Partito d’Azione per affiancare Carlo Levi nella redazione dell’Italia libera, lasciando Firenze ma soprattutto Roma, sonnacchiosa, solenne, noiosa con le sue bellezze, con la sua arte che mio padre, nipote di Gioacchino Ferroni grande antiquario, mi propinava sempre;  con la sua stucchevole passeggiata del Pincio, con quella sfilata di teste orrende. E non cambiai mai più opinione sulla città più moderna, meno retorica e più europea che, malgrado lo sconquasso della guerra, avrebbe di più aiutato l’Italia a uscire dai suoi disastri”.
 
Il vento del nord
La conversazione è nata attorno a questa divertente “rivelazione” (“Cancogni milanese”) ma il racconto preme più della cronaca. A Milano ci si deve arrivare e da Milano si deve partire. L’auto guidata da Dino Gentili che a tre mesi dalla liberazione scende dalla Cisa e percorre la via Emilia verso la Milano provata da due anni di bombardamenti e di guerra civile (“fino al Po resta l’Italia arsa del centro, poi comincia il verde della terra irrigata, i pioppeti fitti, la magnifica campagna ricca di antichi cascinali”), entra in città dopo quasi una giornata di viaggio, sette o forse otto ore. Un baleno, prender casa dal pittore Funi che in odore di caccia ai fascisti prende le distanze dalla città e la casa viene requisita dal CLN. Poi spedito da Levi a Trieste per capire da vicino i disagi – “già si parlava di persecuzioni” – degli italiani ad opera dei titini. Qui il racconto diventa metafora. Un battello parte per destinazione ignota, scende sull’Istria, supera Parenzo, fino a Pirano. Un indirizzo, un professore segnalato dal Partito d’Azione, una testimonianza inorridita, le prime foibe, un altro battello, un caso, un indirizzo a Rovigno, un parente, un’altra storia di italiani oggetto delle vendette titine “per le brutte imprese che gli italiani stessi fecero in Croazia, mentre Tito guardava ad ovest, non solo a Trieste dove condivideva lo spazio con gli alleati ma forse anche a Venezia”. Un battello, ancora, come capitasse lì per ordine dello sceneggiatore, i documenti non validi, fa lo stesso, il destino. Ancora Trieste “bella perché letteraria, perché austro-ungarica, perché città di Svevo e Saba, soprattutto del mio amatissimo Giotti” e sui versi di questo poeta – Virgilio Giotti, nato e vissuto a Trieste tra il 1885 e il 1957 “poverissimo, scritturale alla Croce Verde, due figli scomparsi nella guerra di Russia” – che Cancogni vuole nel pantheon della letteratura italiana del novecento la memoria non tradisce. Lunga e ispirata citazione: “I veci che ‘speta la morte /I la ‘speta sentai su le porte…”. 
E dunque, finalmente, ancora Milano. Milano ferita ma già tesa al futuro. La Milano del vento del Nord. “Io sarei per definizione un suddito di Sua Maestà la regina di Inghilterra, sarei cittadino di qualunque stato anglosassone, del Canada, della Nuova Zelanda. Quella è la civiltà. Anche se più è passato il tempo più mi è parso che dirmi italiano valesse la pena, riconciliandomi con i nostri difetti. Ma allora Milano… dopo Milano c’era solo l’America”. Ma lo sa Cancogni che questo era un titolo di Orio Vergani degli anni trenta? “No, non lo sapevo, credevo di averlo detto io. Ma mi sta bene. Si, Milano, ma non tanto per la politica che cambiava un popolo e almeno tre generazioni, ma per il Corriere. Perché Milano era il Corriere”.
E com’è che non arrivò al Corriere? “Già, appunto quell’auto, Dino Gentili, il Partito d’Azione…quello era l’obiettivo. Bruno Fallaci, lo zio dell’Oriana, marito della Gianna Manzini, scrittrice per me illeggibile, mi aveva assicurato l’ingresso al Corriere. Lo scopo era andare poi insieme all’ufficio di Parigi. Figuriamoci! Ma al Corriere in tre mesi tutti i posti erano rioccupati. Fallaci si limitò a passare al Corriere Lombardo.  E fu così, alla fine, che Levi mi portò a Roma. Poi Arrigo Benedetti, poi l’Europeo, l’ Espresso…Non ci fu il Corriere,  ma restò il mio amore per Milano”.
Un amore fatto di sogni o di studi, di speranze o di reminescenze? “Certo anche la Milano del Manzoni, figlio della Giulia Beccaria, l’illuminismo temperato, il cattolicesimo liberale, che si può volere di più?”. Ma per voi azionisti era epoca di rotture, di discontinuità, di sguardo al nuovo. Vittorini stava per portare a Milano la letteratura americana, gli editori cominciavano a disseppellire manoscritti. Non era questo il vento cambiato? “Sarà stato anche questo, li frequentai, ne divenni amico. Vittorini, Sereni, Ferrata…gli intellettuali milanesi – molti dei quali non erano milanesi – valevano la pena. Ma Manzoni restava il più grande, il suo romanzo – purtroppo l’unico – più grande dei russi, perché scritto con la penna di un grande poeta. Ma grande anche per gli Inni Sacri, per il magnifico Saggio sulla rivoluzione francese che pochissimi hanno letto, per quella grande tragedia che è l’Adelchi. I non cattolici non lo amano e i cattolici in fondo non lo amano perché tra la monaca di Monza e don Abbondio non fa fare loro bella figura”.  Lo sa che Milano è più austriacante che inglese? “Certo, ma si figuri se non mi andava bene anche l’Austria, bastava che non fosse sud”. E come originò quell’amore per Milano senza averla mai vista, senza la tv, senza famigliari? “Ma c’era l’immaginazione, l’immaginazione della modernità, della vita, contro tutto il vecchiume che c’era attorno”. E c’è, nelle sue predilezioni artistiche, un pendant milanese tra Manzoni e Verdi? “Ho molto amato Verdi,l’ho molto ascoltato, ora assai meno. Verdi adorava Manzoni, ma dubito che Manzoni avesse interesse per la musica. Nelle sue biografie non se ne fa cenno”. L’arte plateale di Roma le dava fastidio e quella invece nascosta di Milano come le pareva? “Straordinari quadri nei musei milanesi. Non sempre conosciuti. Non dico Bellini, Mantegna, Raffaello. Ma lo straordinario Ercole de’ Roberti, la Pala di Santa Maria in Porto, dipinto del tardo quattrocento”.
 
Classe 1916
Manlio Cancogni ha 95 anni, compiuti il 16 luglio, sta seduto sulla sua poltrona in una villetta un po’ scrostata sul lungomare di Fiumetto a Marina di Pietrasanta dove, essendo in salute, potrebbe andare ancora da qualunque parte, ma alla fine preferisce quella poltrona. La moglie Rori (Maria Vittoria Vittori, sposata nel 1943) lo modera quando il pensiero corre più veloce della parola e gli propone un bicchier d’acqua da sorseggiare piano. Confermandogli, quando lo richiede, la sua in realtà incredibile memoria. E’ stato un giovane professore di liceo antifascista, ha aderito al Partito d’Azione, ufficiale sul fronte greco-albanese, poi la Resistenza in Toscana, nei giornali della liberazione di Firenze, un baleno a Milano e poi a Roma. Ha vissuto per anni a Parigi e negli Stati Uniti. Grande giornalista con Carlo Levi e poi Arrigo Benedetti, a lungo con Indro Montanelli (al Giornale e alla Voce). Ma il giornalista vieppiù lasciava il posto allo scrittore (il primo romanzo nel ’42). L’autore di una delle più famose inchieste giornalistiche italiane degli anni ’50 sull’Espresso (“Capitale corrotta, nazione infetta”, sui palazzinari romani legati agli interessi del Vaticano), che in realtà si divertiva piuttosto – e con falso nome – a fare giornalismo sportivo, lasciava emergere uno scrittore che ha vinto i maggiori premi letterari italiani (Parlami, dimmi qualcosa, del ’62 ripubblicato di recente; Il Ritorno del ’71 che vinse il Campiello, Allegri gioventù del ’73 che vinse lo Strega, Nostra Signora della Speranza dell’80, Quella strana felicità dell’85 che vinse il Viareggio e via via fino al 2006), che oggi un critico difficile come Goffredo Fofi mette tra i grandi della letteratura italiana dicendo che è ancora tutto da scoprire. Anticonformista vero, pronto a dichiarare che il fascismo lasciava più libertà di quella che avevano in testa gli intellettuali comunisti italiani nel dopoguerra, in evoluzione verso un cattolicesimo osservante, da una feroce estraneità all’Italietta verso un addolcito affetto per il suo paese, dalla cultura militante al gusto toscanissimo della presa in giro di tutto ciò che crede troppo in sé stesso. “Sì, forse anche tutto questo, ma soprattutto, se lo segni, milanese!:
 
La città borghese
Oh, va bene. Eccoci ancora al punto. Ma che Milano? “Ma tutta Milano, quella del centro storico, quella della via Borgonuovo com’era, in cui mi ritrovai senza un’anima che passasse in quell’agosto del ’45. Che bellezza! In quei giardini delle vie eleganti attorno a Corso Venezia. Niente di monumentale. Per finire la sera a cenare in una di quelle meravigliose latterie di una volta, con le insegne di legno in verde, diafani osti, piccoli tavoli in pietra, dove il verdastro delle pareti incorniciava i volti pallidi dei proprietari”.
Senta, Cancogni, quella Milano però non era l’America, era pur sempre un grande borgo, un compatto sistema sociale, un traffico centrato sui tram, un grattacielo di prova negli anni ’50 e poi uno vero – ma uno! – nel ’59. Non le sembra di letterarizzare un po’  questa città? “Milano era l’editoria, il teatro, la letteratura, l’industria, la pubblicità, il Corriere, la Gazzetta dello Sport. Era uno sguardo al mondo che non si riusciva a dare in altra parte d’Italia. Leggevo persino il Porta – faticando a capire il dialetto – che mi pareva più moderno di tanti altri poeti dialettali del suo tempo”.
Ma quanto tempo c’è stato? “A conti fatti, vari anni. Ci abitai a più riprese. Negli anni cinquanta in via Sardegna, negli anni ’60 in via Monti e poi in via Santa Cecilia  e poi anche negli anni ’70. Arrivavo in Centrale, facevo di corsa i gradini a scendere. E poi andavo in città, nel centro, a piedi. Cosa che non facevo in nessun’altra città. Alla fine stavamo in una bellissima casa di Via Bagutta, sopra il Bagutta, che guardava sul magnifico chiostro seicentesco di Sant’Erasmo di Corso Venezia. Una casa in cui poi subentrò Giorgio Bocca”.
Milano è stata davvero simpatica agli Italiani? “Agli italiani medi senz’altro. Agli italiani supponenti meno. Una città borghese. Ma con la sua aristocrazia discreta, sommersa”.
Giornalisticamente per Manlio Cancogni – dopo la morte di Arrigo Benedetti a metà degli anni ’70 – Milano significò Indro Montanelli. Il pendolo della professione gira da Roma a Milano, dall’Europeo (prima maniera) e dall’Espresso (degli esordi) al Giornale e alla Voce. Voi due, amici perché toscani, perché penne mordaci e letterarie, perché connaturati alla Milano borghese? “Sì, lui ancora più toscano di me, Fucecchio e più al cuore di questa Versilia ai margini della Toscana. Ma legatissimo a Milano, voce della sua borghesia. Si telefonavano i borghesi di Milano: hai letto oggi Indro? Montanelli al Giornale mi diede carta bianca. Ricevevo i soldi dei servizi ancora prima di scriverli. Le spese erano pagate in anticipo. Un trattamento inusuale che mi faceva un po’ vergognare con i colleghi. Indro teneva a me. Forse perché gli ricordavo già il suo lato debole, la sua ferita. Quella di essere uno scrittore mancato. Ha desiderato essere letterato forse ancora più che giornalista. Aveva estro nel raccontare. La sua Storia d’Italia lo dimostra. Divertente. E anche due o tre cose minori, meno note. Il decimo battaglione eritreo è un bellissimo testo. Come lo è la Guerra di Finlandia. Ma questa relativa limitazione gli tagliò un po’ anche l’intelligenza. Anche se aveva un fiuto straordinario per l’opinione pubblica. Fu davvero un grande amico. Lo seguii nella vicenda della Voce, che perdeva copie di giorno in giorno. Lo seguii fino all’ultimo numero. Non funzionò, non ritrovò il suo pubblico. E tornò alla fine al suo Corriere”.
Già, ma di mezzo anche la rottura con Berlusconi, che era stato il suo editore ma di cui non voleva essere megafono. “Ma, insomma, Indro diceva che Berlusconi era stato un editore perfetto, che non gli aveva intralciato il lavoro mai e per nessun motivo. Per vent’anni, dal ’74 al ’94.  Poi scese in politica. Montanelli – come altri – non fu d’accordo. Ma io trovai francamente comprensibile che Berlusconi volesse avere al suo fianco in quell’avventura il suo giornale. La rottura era inevitabile”. 
Cancogni (perché, dice, “giornalista milanese”) manterrà per tutta la vita rapporti con i giornali. Continuò le sue passioni anche segrete (“compresa quella di scrivere sotto pseudonimo di sport, seguendo il ciclismo, i cavalli, il calcio – la maggiore passione della mia vita – e comunque scrivendo di tutto con facilità”) ma ormai era la narrativa il suo appuntamento prevalente dopo i vent’anni di stretta collaborazione con Montanelli.
Il distacco inarrivabile
Quale pseudonimo? “Emilio Speroni…era il mediano sinistro del grande Torino nell’anteguerra – Bosia, Vincenzi, Martin II, Colombari, Janni, appunto Speroni… – poi fu usato da altri dopo di me all’ Espresso”. E ricorda anche l’ attacco del Torino? “Certo: Torriani, Santagostino, Pastore, Gay, Tanzini!”. Quanto al calcio, stando a Milano, Milan o Inter? “Il punto centrale è sempre stato: non la Juventus. Direi più il Milan, che rispetto alla forza dell’Inter era più outsider ma anche più imprevedibile. Fui per il Bologna, città in cui sono casualmente nato, ma che – pur avendo tenuto testa prima della guerra alla stessa Juve – alla fine sparì dal campionato”.
E tra le mitologie milanesi, per caso anche alfista? “No, ero per la Bugatti”.  Cancogni ritrova tutta la verve parlando di sport. Ricorda i nomi di intere squadre di anni anche remoti con memoria dettagliata. “Mento sapendo di mentire sull’interno sinistro dell’Inter del ‘38, perché so che ci giocò in quel ruolo, ma due anni dopo. Ma prima o poi mi tornerà a mente”.
E lo sport più amato? “Forse il ciclismo. Il giro d’Italia. La Gazzetta. Sempre Milano. Fui per Bartali che era un brav’uomo e anche più intelligente di Coppi, nevrotico e sensibile,  che però era Coppi. Ero per Bartali perché ero stato per Bartali anche quando la storia dimostrava che il campione era diventato un altro. Coppi era capace di partire e di staccare tutti dall’inizio della gara, di venti, trenta minuti. Il suo corpo era tutt’uno con la sua bicicletta. Già che considero la bicicletta un’opera d’arte, si immagini cosa voglio dire con quel tutt’uno”.
Niente niente, mancato il Corriere riuscì a scrivere sulla Gazzetta? “No, ma la Gazzetta mi fece l’onore di scrivere di me. Il suo vicedirettore Luigi Gianoli dedicò nel 1956 un articolo importante al mio libro La carriera di Pimlico dicendo “il purosangue diventa poesia nel romanzo di Cancogni’…mi piacerebbe ritrovare quell’articolo…”.Un ricordo di Coppi? “Seguivamo in macchina la tappa del Giro, da Reggio Emilia a Viareggio. Sull’Appennino il cielo si fece nero. Un uragano. Non si poteva più guidare, vedere la strada, avere certezza della carreggiata. Lasciammo la corsa, scendemmo, imboccammo la strada per Pistoia e Lucca, e trovammo rifugio sotto un ponte. E lì, dopo un’ora o due, spiovve. Il cielo si aprì. Neppure sapevamo dove fossimo. Ma nello squarcio delle nubi e nel nuovo chiarore apparve un punto in movimento. Che si avvicinava. Riconoscemmo un ciclista. Un solo ciclista, in fuga, che si materializzava sempre di più. Lo vedemmo arrivare. Con una velocità strabiliante.  In quell’uragano aveva staccato tutti, con un distacco inarrivabile. Fausto Coppi. Lo seguimmo in auto. E, per bizzarria, prima dell’arrivò si rialzò. Si fece raggiungere e l’arrivo fu in volata. Anche questo era Coppi”.
 
Ritrovamento
Eccoci, per magia della memoria, a Viareggio, di nuovo in Versilia. Tornati a casa, dopo la Milano moderna amata da tanti italiani che faticavano a voler bene all’Italia meno al passo dell’Europa. Ed è in questa Versilia che Manlio Cancogni, dopo avere dato per perso un manoscritto della fine degli anni ’70, lo ha ritrovato, intatto, in un cassetto. “Si intitola La cugina di Londra, era l’ultimo di sette romanzi che costituivano una storia inanellata. Alcuni sono stati pubblicati, Il latte del poeta, La linea del Tomori. Uno, La pensione Rosalba, l’ho gettato via perché l’idea era magnifica ma il testo non mi veniva bene. Uno – Il Terrorista (che pensa di fare un attentato a Moravia) – l’ho perso in America, forse potrebbe essere in certe scatole rimesse a posto da mio nipote Lancellotto, che chiamiamo Lance, non so. Uno lo consideravo perduto e invece era nel fondo di un cassetto di casa. E’ in lavorazione. Elliott lo pubblicherà presto”. Infatti Elliot lo ha appena proposto nella collana “Raggi” a fine 2011.
Dunque, memorie e ancora attese di un grande scrittore italiano che fa e rifà la sua selezione letteraria del novecento italiano (per alcuni anni fu direttore della Fiera letteraria), decidendo ancora adesso – con la divertita faziosità che un toscano non può dissimulare – chi leggere e chi rileggere, chi additare e chi consigliare. “Su questo sono netto. I grandi sono: Pea, Tozzi, Comisso, Bartolini, Tobino, Bilenchi, Cassola”. Landolfi? “No”. Bassani “Ma si, mi piace, ma è poco italiano, appartiene alla mitteleuropa, traduce in italiano”.
 
  
Un romanzo inedito di un grande autore italiano, scritto negli anni Settanta
 
Manlio Cancogni, La cugina di Londra, collana Raggi, Elliot (Roma), pagine 260, euro 16,00
Novembre  2011ISBN 9788861922488

Nora e Nino, cugini che fino a quel momento non si sono mai frequentati, diventano amici per la pelle durante un’estate in Versilia. Nora, già adolescente, ha quattro anni più di Nino e sembra esattamente il suo opposto: brillante, estroversa, spericolata, bellissima. Eppure da quell’estate qualcosa continua a legare profondamente i due cugini anche negli anni a venire. Intanto il tempo passa e le vicende delle loro rispettive famiglie, sullo sfondo dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, si sviluppano in modi imprevedibili e bizzarri: gelosie, tradimenti, morti e successi economici sono la cornice variopinta e vivace nella quale Nora e Nino si perdono e si ritrovano, cambiano radicalmente – lui da ragazzino anonimo diventa un giovane uomo enigmatico e impenetrabile, mentre lei, animata da un sentimento di libertà e dalla voglia di scoprire il mondo, si trasferisce non ancora ventenne a Londra e quindi in America – eppure i due ragazzi si riconoscono sempre, nonostante ogni differenza, nonostante lei ora abbia un marito e lui si sia avvicinato a gruppi terroristici e non riesca ancora a trovare la propria strada nella vita, qualcosa che lo renda davvero felice. La cugina di Londra, scritto da Manlio Cancogni negli anni Settanta e rimasto in un cassetto fino alla sua riscoperta avvenuta il giorno del suo novantacinquesimo compleanno, è uno straordinario romanzo sull’adolescenza e la giovinezza di ieri e di oggi, la storia toccante e impietosa di un amore impossibile e però forte sopra ogni cosa, un magistrale apologo sulla ricerca della felicità e del proprio posto nel mondo.
 
 
Note
Per un approccio complessivo alla scrittura di Cancogni :
·          Federeica Depaolis, Walter Scancarello,  Manlio Cancogni: bibliografia delle opere e della critica (1939-2010), Bibliografia e Informazione, Pontedera (Pisa), 2011.
·          Iole Firillo Magri, Invito alla lettura di Manlio Cancogni , Mursia, Milano  1986.
Le foto
Le foto di questo servizio sono di Maria Pia Frigerio