Riflessioni in occasione del congresso radicale (Chianciano 17 febbraio 2011)

Partito Radicale
Congresso
Chianciano
17 febbraio 2011
Stefano Rolando
 
 

Sono stato invitato al congresso del Partito Radicale a Chianciano (17-20 febbraio), potendo starci solo nel pomeriggio dell’apertura. Il dibattito si è aperto solo alla sera e, dovendo ripartire, ho lasciato a Marco Pannella alcune riflessioni, che qui sono riportate.
Mi ha colpito e sinceramente anche un po’ commosso vedere nelle grandi gigantografie – della storia nota e meno nota dei radicali - che costellavano la sala congressuale, proprio sopra al palco, la riproduzione a colori di un foto della Pasqua del 1986, a Porta Pia a Roma, all’avvio di una marcia della pace finita a San Pietro, con Emma Bonino e Sandro Pertini che io quel giorno accompagnavo.
Mi ha ugualmente colpito vedere riunite alla presidenza del congresso tanti (davvero tanti) esponenti di complesse e spesso anche drammatiche vicende internazionali riguardanti i diritti umani e i diritti civili, risultato di una tessitura unica nella politica italiana che fanno i radicali. E non trovare una riga,nemmeno una riga di ciò sui maggiori media italiani.

 

Lascio in forma scritta un breve intervento. Non parlo a assemblee politiche da anni. Ho seguito altri percorsi. Non smettendo di amare la politica e di soffrire per essa e per le sorti dell’Italia. Sono stato invitato e mi sento in dovere di fare alcune riflessioni, che riguardano questo congresso ma anche il tempo politico che viviamo. Vorrei fare tre elogi. L’elogio della scrittura. L’elogio della memoria. L’elogio dell’audacia in politica.
L’elogio della scrittura. Si è accreditata l’idea che il potere sia fatto di silenzio, opacità, segretezza. Il ricordo del potere degli intellettuali – che parlano, scrivono, comunicano –  è legato ad alcune frammentate stagioni della nostra storia. Viene in mente la Francia di Romain Rolland o gli anni successivi  di Sartre. Viene in mente la Germania dei brevi anni di Weimar di Ernst Bloch o di George Grosz. Viene in mente la Gran Bretagna tra le due guerre nell’età di George Orwell o di Virginia Woolf. Viene in mente la stagione della nostra Costituente, gli anni di Croce, Calamandrei,  di Dossetti e anche del neorealismo. Tratti brevi, traditi, spesso trasformati. Qualche volta invece momenti di grandi e solide continuità. Ma epoche oggi lontane. Perché potere e civiltà dell’immagine, istantanee comunicative, pare abbiano tolto di mezzo parola e libri come fondamenti della formazione dell’opinione pubblica. Vorrei dire, invece, che chi osserva e analizza la realtà è oggi, in Italia e nel mondo, all’opera. Scrive, lascia tracce. Annota le storture, le manipolazioni, le illegittimità. Apparentemente su deboli, marginali, pezzi di carta. Ma questi pezzi di carta – la scrittura civile, oggi, anni dopo Pasolini e Sciascia – esiste. Forse fa meno massa critica.  Ma è disponibile. Coltiva le minoranze. Racconta una realtà diversa dai media. Prende le distanze. Educa criticamente. Qualcuno la deve proteggere, valorizzare, ricordare. La dovrebbe riconnettere all’importanza di luoghi perché conservino  una funzione sociale critica (per esempio l’università, che spessissimo se lo dimentica).
Il tema è accennato in un congresso politico dei radicali perché esso qui – per varie ragioni meglio che altrove –  può avere udienza.
L’elogio della memoria. Ha fatto comodo a quasi tutti in partiti in fuga dalla loro storia – i comunisti perché non più comunisti, i fascisti perché non più fascisti, i populisti perché non più liberali – proporre il taglio della memoria nella conversazione politica, nell’agire politico, nell’argomentare polemico. Tutto è riferito a un passato indistinto. Tutto evita di porre il nesso tra “passato e presente”, tra radici e frutti, tra tradizione e cambiamento. Così abbiamo sepolto la caduta del muro di Berlino senza impegnare il sistema dei comunisti italiani – un pezzo della storia d’Italia – a un distacco meditato e rituale. Così che l’operazione di raccontare oggi il PCI in una mostra connessa ai 150 dell’unità d’Italia voluta dall’Istituto Gramsci è solo un legittimo atto di orgoglio, soprattutto per riscaldare il cuore dei vecchi e dei reduci. Nessun rito critico, solo per salvare la continuità di una classe dirigente. Abbiamo assistito all’evoluzione della destra italiana senza riprendere in mano il problema del consenso – largo, diffuso, suicidario – del paese al fascismo. Proponendo un nuovismo che è servito anche qui a perpetuare classi dirigenti, non a spiegare la storia. Siamo a un tiro dal 17 marzo e da questa scombinata celebrazione del centocinquantenario. Unico senso sarebbe quello di pretendere l’elogio non della memoria celebrativa, ma della memoria interpretativa,  per capire errori e slanci di processi di continuità. Ai radicali che non hanno nulla da nascondere, nulla da manipolare, nulla da dimenticare della loro storia, si può chiedere di sostenere questa anti-tendenza.
L’elogio della audacia in politica. La condizione della politica italiana è miserrima. L’etica pubblica è stata sotterrata (per quanto essa fosse stata storicamente flebile). L’inconcludenza del governo Berlusconi è ampiamente ammessa anche dalla maggioranza. Ma l’idea che senza proposta, senza coalizione, senza leadership, senza consenso, senza scrittura, senza memoria, fosse possibile rimuovere l’ingombro come precondizione del nuovo è un’idea democraticamente aberrante. Idea fertilizzante è invece quella di lavorare sulla crisi e nella crisi per generare cambiamenti e decomposizioni con principi maturativi. E’ un’idea che sottilmente anima spesso gli interventi formali, allusivi, simbolici del capo dello Stato. E’ un’idea che non molti politici italiani possono cavalcare perché è impopolare e difficile da capire. Da un lato vi è la difesa zelante del bunker. Dall’altra lo scherno della spallata senza l’austerità drammatica dei veri giacobini pronti a perdere la testa per generare il nuovo. Giacobini senza sangue e senza ragione. Il percorso di sobillare le componenti in gioco, di provocare il distacco di particelle critiche nei sistemi, di creare una condizione di tempo per fertilizzare le opposizioni (non l’opposizione, da noi spesso funzione statica, ma le uniche opposizioni ormai vive in democrazia che appartengono in modo sofferto alle aree dei vincitori) è la via che può perseguire una forza minoritaria audace. Non so se Marco Pannella abbia inteso agire esattamente questo profilo. Io ho letto questa intuizione, ben più provocatoria che quella di dare una sponda alla miseria dei “responsabili”. E forse anche più fruttifera che scambiare appoggio parlamentare per sottosegretariati. Non so. Perché non so, perché non conosco. Ma immagino che questa confusa lucidità possa appartenere alla storia politica dei radicali e di Pannella, anche nella dialettica di posizioni legittime (quella di Emma che “non si fida”) e meritare un trattamento serio. Volevo spendere una parola, una parola davvero modesta e persino irresponsabile (tecnicamente parlando), per provocare a mia volta questa minuscola illuminazione. E’ solo l’ipotesi di un elogio, quello della audacia in epoca di politica agonizzante.