Politica&Comunicazioni, un sistema in stallo

Il n. 3/2009 della nuova seria di Mondoperaio, diretta da Luigi Covatta, pubblica nel maggio 2009 un dossier di oltre trenta contributi dedicato al tema “Politica&Comunicazioni” curato e introdotto da Stefano Rolando.
Sul sito della rivista l’intero quadro dei testi.
Link:http://www.mondoperaio.it/Portals/_Rainbow/Documents/saggi%20e%20dibattiti_1.pdf

 

 
mondoperaio 3/2009
dossier / politica&comunicazioni
Un sistema in stallo
Stefano Rolando
 
Le scelte fatte sulla classe dirigente del nostro paese possono rivelare progetti. Siamo nell’età del labilismo, incui tutti sono riformisti, tutti sono conservatori, tutti sono progressisti, tutti sono cristiani, tutti sono laici. Dunque non si mettono più progetti espliciti avanti. Oltre all’effetto paralizzante della crisi, qui pochi mettono in campo idee. Il Marchionnedelle comunicazioni non è ancora emerso. Il consenso – si crede – si ottiene fingendo che tutto sia possibile.
Quindi per capire nel pur vasto settore se c’è volontà di consolidare disegni in cui ci sia più Europa, più regole efficaci, più difesa di interessi generali, più valore aggiunto sociale, più identità competitiva in un sistema in cui i contenuti sono sensibili, si deve cercare nelle pieghe di curricula (a volte finti o manipolati) di chi è preposto ai comandi. Vediamo. Nel mercato dell’ICT, l’innovazione c’è quando Telecom spende. Ruolo quindi essenziale. E’ l’ultimo operatore di tlc rimasto italiano ma con la spagnola Telefonica già interna. Non è più chiaro se vi sia una politica che spinga su questo ruolo. E neppure se vi sia davvero una visione di politica industriale. Non sono chiare le soluzioni della governance e qualcuno adombra un secondo modello nuova Alitalia (accettiamo volentieri smentite). Vertice Mediaste (operatore media comunque con i più alti ricavi) in attesa del cambio generazionale. Prevale ancora l’arroccamento nel piegare ove possibile le volontà legislative a mantenere in chiave separata il pregresso posizionamento. Problemi sullo scenario dei nuovi media. Vertice Rai non scelto per dichiarate progettualità, poca managerialità, poca cultura di sistema, autonomia professionale del presidente però presidiato da una maggioranza che può prescindere da lui e con un cda che è sincrono alla politica del paese risentendo quindi di ogni conflitto esterno. Vertici dell’editoria costruiti per spremere gli aiuti di Stato più che per tentare (anche se qualcuno ci prova) l’adattamento strategico della carta stampata all’evoluzione tecnologica dell’informazione. La pubblicità “buco nero”(con un indice di vitalità in calo da tempo e minuscolo rialzo ad aprile), fatto di superstipendi di pochi su una montagna di precari e con una convegnistica cancellata perchè nessuno osa prevedere, così poi da rendere obbligatorio almeno il proprio cambiamento (segnali vengono dalla piccola crescita della pubblicità on line). Crisi nelle professioni giornalistiche, con vasti pre-pensionamenti in corso e trasformazioni in collaborazioni che marginalizzano le potenzialità di scrittura sui giornali di intellettuali e liberi opinionisti. Ma soprattutto con criticità di ruolo e crescenti condizionamenti. Un tema allarmante: l’intero sistema italiano (tra il quarto e il quinto posto in Europa) è poco internazionalizzato e attraverso di esso l’Italia poco rappresentata internazionalmente. Se si prende il caso della transizione italiana al digitale terrestre (Marco Mele, di seguito) il giudizio è di “colossale occasione mancata”. Le scelte del centro-destra paiono quelle della “politica della sentinella”. Un pezzo – di potere – del centro-sinistra le copre con un certo cinismo perchè ottiene così gratuitamente la sua guardia al bidone e lascia chi saprebbe ancora tentare disegni di riforma (l’ex ministro Gentiloni tra questi) con le armi spuntate e con troppe anime perse da consolare per mettere in acqua un armo d’attacco. La pressione positiva che potrebbe essere esercitata dagli operatori innovativi non si può appoggiare ad un quadro normativo comune della convergenza (si legga in proposito la tesa ma ancora splendidamente fiduciosa visione di Enzo Cheli). E questa è la ragione per cui il sistema italiano delle comunicazioni risulta mezzo emerso (là dove vari bulldog devono garantire interessi politici ed economici in tempi di magra e dunque di conflitti) e mezzo sommerso, dove c’è un laboratorio creativo, di ricerca (poco finalizzata), di dibattito, di formazione di nuove figure professionali, di innovazione (si veda il profilo tracciato da Granelli) che tuttavia l’upper room del sistema, a differenza di quel che succede altrove, usa poco, per lo più pilucca, spesso tacita e tratta come una zanzara fastidiosa. Sì, sarebbe tempo di nuovo di “zanzare” in questo campo. C’è bisogno di rendere più evidente quel laboratorio, promuovendo volti nuovi non perché fotogenici ma perché preparati, progettuali, sfidanti. Sempre che si voglia recuperare il tempo perduto (anche qui Cheli e altri autori), in un territorio che, non senza condizioni, è la prima economia del mondo, l’area di maggior potenziale assorbimento occupazionale, il campo delle “differenze”. Differenze soprattutto tra la banalità e il conformismo di format fritti e rifritti e un territorio in cui la maggiore risorsa della cultura e dell’economia italiana, la creatività, possa essere pienamente utilizzata e rappresentata. L’università italiana si decida. Entri in campo, scelga di stare per il laboratorio e per la formazione critica della classe dirigente e degli operatori. Spesso essa si barcamena – nel limbo di modelli teorici – e non riesce nemmeno a decifrare i conflitti. Questi argomenti potrebbero essere declinati molto più a lungo. Più scientificamente e anche più rabbiosamente. Lo fanno, per lo più con saggezza e voglia di cambiamento, coloro che hanno accettato l’invito che ha rivolto loro questa rivista (che ha dalla sua una lunga storia di “canale” per rendere emersi progetti sommersi), scegliendo tra i primi temi meritevoli di comporre un dossier questo delle comunicazioni. Metafora della condizione del paese: potenzialità e ritardi. Trenta anni fa i socialisti italiani – con meriti diversi che riguardano tanti, solo per fare qualche nome Claudio Martelli, Giuliano Amato, Gianni De Michelis, Enrico Manca – gettavano nel campo delle comunicazioni un potente contributo di idee per passare dal conformismo alla creatività, dai latifondi al pluralismo, dalle culture burocratiche alle visioni economico-sistemiche. Questa rivista ne fu tra l’altro palestra importante. La breve problematizzazione che qui segue per introdurre i principali temi trattati mostra che, alla fine, l’acqua del mare ha ricoperto parecchi castelli di sabbia. Si è ritornati là dove si era cominciato a picconare ma cambiando – nei pochi anni a disposizione – molte cose. Ora senza nostalgie, con una cordata di autori che contiene anche forze giovani e con uno sguardo nuovo e non querulo su temi appassionanti, licenziamo un dossier di polemica con entrambi i maggiori schieramenti politici del paese, di critica a gruppi dirigenti senza anima che vediamo per lo più dietro feritoie che dovrebbero essere invece finestre spalancate, convinti delle potenzialità del paese e quindi facendo ancora appello a tanti (che ci leggono) che attorno ad esperienze culturalmente e managerialmente coraggiose e politicamente discontinue si formarono per gestire innovazione e che restano soggetti pensanti e parlanti in un paese che se diventa “deserto” nel campo delle comunicazioni consegnerà l’Italia alla caricatura di primeggiare solo nel far squillare i telefonini.
Trenta anni fa lanciavamo su Mondoperaio (fiduciosi) l’allarme per rischi di squilibrio in Italia: ricerca frenata, produzione insufficiente, consumi in crescita con dipendenza tecnologica. In questi anni è cambiato il mondo, si è promossa la rivoluzione della convergenza (tv, tlc, sistemi digitali), si è creato un nuovo approccio al rapporto tra reti e contenuti, si sono globalizzati i mercati. Ora (perplessi) il trend vede il nostro sistema industriale in parte denazionalizzato, in parte con una faticosa cultura della concorrenza. Ci sono punti di forza, ma sono anche punti di debolezza. Da un po’ l’incidenza sul PIL del settore è declinante. La ricerca è disinvestita. Il solito primato che ci resta è sulla spesa pro-capite, nei telefonini addirittura con percentuali doppie rispetto a Usa e Giappone. Nel sistema dei content (delusi) abbiamo un’idea della qualità con tradizionali parametri del made in Italy. E dobbiamo misurarci con nuovi soggetti creativi che appaiono più moderni. Quanto all’editoria tradizionale (preoccupati) la cosa è sicura: copie ferme e tirature tagliate. Nella pubblicità contesti stressati, pochi alti stipendi ed eserciti di precari, il primato della tv entra in declino. Crescono i condizionamenti professionali, diminuisce la negozialità mediatica internazionale dell’Italia. Un’attenzione tuttavia va data ai mutati profili di impresa nel campo delle nuove tecnologie. Segnali interessanti. Ma con lo stato del nostro sistema tv il rischio è di non fare sistema. E con lo stato della nostra scuola il rischio è di non stare in testa nel campo del digital divide. In più (allarmati) troppa politica inconcludente e non indipendente, occupazione sotto le previsioni, investimenti in stand by. Anche se l’architettura istituzionale si è positivamente evoluta (governo, autorità di controllo nazionale e regionali, competenze comunitarie) i temi indicati non costituiscono buone ragioni per aver declassato il ministero a rango inferiore e per non sapere mai che produttività ed efficacia abbiano le nostre costose istituzioni di governo e di controllo. La legislazione ancora fatica a muoversi apertamente verso la convergenza. Quanto al dibattito mediatico sulle politiche per le comunicazioni il nuovo è poco visibile, perché lo spazio – destra e sinistra colpevoli alla pari – è soprattutto sul conflitto di interesse. E’ vero che il pubblico conta di più. Ma chi lo ascolta, chi lo interpreta, non solo per ragioni di marketing ma per ridefinire strategie utili al paese? Infine (incuriositi) una legittima domanda su tutto: come andiamo a libertà di manifestazione del pensiero? Il Rapporto di Freedom House ci piazza al 73° posto nel mondo, insieme alla rinomata repubblica di Tonga. Distanti chilometri dai paesi comunitari. Ci sono vari modi di porsi al riguardo. Chi guarda alle norme è soddisfatto, chi guarda ai contenuti storce il naso, chi alla dialettica dei poteri è allarmato, chi guarda agli spazi di espressione fuori dalla mediazione di “casta” (la nota di Luigi Covatta) vede peggioramenti sostanziali. Il dossier ha lo scopo di disegnare un’agenda per la politica italiana e per motivare gli interessi nazionali, considerando il tema da un lato questione del mercato, dall’altro questione costituzionale, dunque per definizione tema di regole e di confronto tra maggioranza e opposizione (come il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai Sergio Zavoli ha sottolineato più volte) Insieme ad esperti di lungo corso, anche le opinioni di giovani senza nostalgie.