Migrazioni. Terreno di complementarità per media e comunicazione pubblica (per “Libertà civili”)

Libertà civili
Bimestrale di studi e documentazione sui temi dell’immigrazione
Rivista del Ministero dell’Interno (Franco Angeli editore)
 
Ma superando stereotipi culturali e professionali e promuovendo politiche pubbliche adeguate
Migrazioni. Terreno di complementarità per media e comunicazione pubblica
Stefano Rolando
 
 
Una premessa sul tema della “rappresentazione”
La conferenza nazionale sulle migrazioni (iniziativa Interno-ANCI all’Università Cattolica a Milano il 25 e il 26 settembre 2009), ha messo in essere un nuovo equilibrio tra interpretazione della complessità dei processi migratori e profili della governance italiana. Ha cercato cioè di tenere in considerazione quelle culture (sociali, politiche, economiche) che muovono le analisi attorno al principio dell’integrazione; ma al tempo stesso inquadrandole nella visione di una certa convergenza della politica nazionale ed europea (non solo quella degli schieramenti di “destra”) che mette i temi della sicurezza (risposta ad una domanda alta dell’opinione pubblica) più avanti e con maggiore priorità rispetto ai temi dell’accoglienza e della pedagogia sociale della coesione.

E’ stato un passo avanti rispetto al rischio di spaccare il campo della rappresentazione tra l’associazionismo (povero di conseguenze sulla governance) che legge in ottica “buonista” le cifre dell’impennata immigratoria e le istituzioni preposte (povere di sensori predisposti all’ascolto e all’interattività sociale) che leggono qualunque cosa attraverso le disposizioni della normativa vigente. Ma esso è ancora un passo frenato rispetto proprio all’analisi della rappresentazione che domina tanto l’orientamento dell’opinione pubblica, quanto alla fine la formazione del knowledge politico-legislativo della classe dirigente.
Questa rappresentazione è regolata – cosa che vale per la maggior parte dei temi che l’agenda setting profila – dai tre quartieri mediatici dominanti, in conflitto (linguistico e di mercato) tra di loro: la carta stampata, le televisioni, la rete. La conferenza nazionale in Cattolica ha relegato questa analisi ad una sola voce all’interno di un panel fortemente caratterizzato dal parametro “sicurezza” e, malgrado il tema “midia e migranti” finisse poi per uscire dalle maglie di altri ambiti della stessa conferenza, non si è affrontato con un inquadramento “responsabile” questa materia (predisporre analisi interpretative ed essere predisposti ad agire poi con qualche conseguenza). Il che ha tre cause storiche collaterali: la modesta capacità del paese (qualunque schieramento governi) a profilare serie politiche pubbliche sulla comunicazione; la polverizzazione (quindi il risultato di casualità e di assenza di controllo sugli andamenti) in ordine alle funzioni di servizio pubblico della Rai; l’assoluta mancanza di esperienza e di orientamenti a promuovere nel paese dibattito pubblico (organizzato e proceduralizzato) attorno a temi delicati e controversi che agitano l’opinione pubblica.
Si offre qui uno spazio per esprimere qualche considerazione di metodo e di merito attorno al tema media e migranti su una pubblicazione di analisi che fa capo proprio al Ministero dell’Interno e considero ciò un tassello verso la riapertura di considerazione per il tema, magari anche in vista dell’ipotesi – con cui il Ministro stesso dell’Interno ha chiuso i lavori di Milano – di una strutturazione permanente (scientificamente affidata a soggetti terzi) della conferenza nazionale sulla materia. Proprio in quella conferenza si era sostenuto che il ruolo (necessario e controverso) dei media nel settore va decodificato per potere reggere le conseguenze di una responsabilità istituzionale: la libertà mediatica è preziosa, ma la delega assoluta ai media per rappresentare voci e problemi (al di là della “rissa” a cui il sistema mediatico induce oggi la politica) comporta povertà appunto di politica. Le istituzioni hanno dunque il problema di adeguare un ruolo di comunicazione pubblica (intesa come servizio e come accompagnamento al rapporto tra regole e collettività, non come mera  propaganda) nel campo migratorio. E’ una scommessa europea, e al tempo stesso una scommessa culturale e professionale delle istituzioni.
 
 
 
Media e gerarchia delle notizie
Il rapporto tra generi mediatici e fattore tempo è decisivo nella determinazione dei criteri di ciò che fa e di ciò che non fa notizia. Talvolta ancora più che l’orientamento politico-editoriale, che pure ha il suo peso. Esso si sposa con il posizionamento di marketing: dipendere, cioè, dalla presunzione della domanda dei lettori. Dunque se si presume che la domanda del proprio target sia orientata, in ipotesi, a paura e a diffidenza e se il “colpo in canna” rispetto al rapporto con il proprio target sia – sempre in ipotesi – uno solo al giorno (il caso come si sa dei quotidiani) l’equazione ci ha già bell’e descritto la griglia selettiva con cui si semplifica il potenziale delle notizie del giorno.
Se, diversamente, nell’analisi di quella domanda si articolano anche altri sentimenti (da quelli economici che in fatto di immigrazione sono minoritari ma pesanti, dipendendo dalle migrazioni il 10% del pil italiano; a quelli etico-sociali, con risvolti costituzionali) e se per ipotesi le superfici di contatto con il pubblico si presentano più articolate (varie edizioni al giorno oppure una forte relazione con l’alimentazione interattiva e con il flottante che sulla rete mondializza e specifica le notizie) è probabile che quella griglia contenga una rappresentazione più pluralista. Resta tuttavia il dato generale di una pubblicabilità  che – con diversa incidenza testata per testata – è un immenso riduttore della disponibilità. In media il 90% delle notizie a disposizione dei media finisce nel cestino, pur non essendo per tutti lo stesso 90%. Mentre per tutti vale la regola che la notizia tendenzialmente va cercata nel format “l’uomo che morde il cane” e non il contrario; e meglio ancora va – con infiniti ricami possibili – strutturata attorno all’abc dei manuali di giornalismo: “bad news is good news”. Fare la morale ai media per ribaltare certe regole è ormai come l’impegno di alcuni genitori nell’imporre ai figli adolescenti il ritorno a casa prima delle 23.
La formazione delle notizie segue prioritariamente i caratteri patologici dei fenomeni. Così che nell’agenda percettiva dell’opinione pubblica si associano oggi i fenomeni migratori alla nozione di rischio e di pericolo.La descrizione (mediatica o istituzionale) dei caratteri funzionali, positivi, fisiologici dei processi deve dunque costantemente fare i conti con una domanda formata sul polo opposto. Quindi deve contenere elementi giornalisticamente molto rilevanti per poter avere accesso ai circuiti. Il tema della immagine dei processi diventa allora importante quanto il tema della realtà dei processi considerati. Anche su ciò che il sistema considera “notizia” sarebbe importante non dare la cosa per scontata in materia di migrazioni. Si tratta di questioni dell’azione umana nel suo rapporto con la concezione soggettiva del diritto (diversità, tradizione, contaminazione, subordinazione, accoglienza, repulsione, eccetera). Il dato culturale in proposito non appare oggi condiviso su questi temi. Tanto che se si accettasse il paradigma che alla conferenza di Milano ha proposto Giuseppe De Rita (questione non più locale ma mondiale, rappresentazione alla ricerca di ragioni e soluzioni meno dipendenti dai sentimenti del localismo) si aggiusterebbe qualcosa che appare sui nostri media ancora asfittico, angusto, limitato. Siccome quella conferenza ha messo al centro (e nel titolo) la parola pluralismo, l’estensione di questo tema al pluralismo socio-culturale e quindi valoriale della comunità accogliente è un carattere incidente in ordine alla strutturazione della gerarchia della notizia. Ciò che, in definitiva, diventa griglia di accesso o di non accesso delle notizie al sistema.
 
La complessità delle superfici comunicative
Istituzioni, associazioni, imprese, insomma tutti coloro che si costituiscono in “fonti” per contribuire alla rappresentazione di un tema complesso – assumendo così la responsabilità di contribuire alla testimonianza (se si tratta di fatti) e alla discussione (se si tratta di opinioni) e quindi assumendo il compito (difficile) di tallonare, interstiziare, provocare giornalisti e redazioni - sanno però, che su materie appunto complesse come le migrazioni il territorio comunicativo è vasto. Tener conto dello spettro largo permette di ampliare la misura, cioè l’articolazione, di competenze comunicative. Permette a volte anche se non proprio di produrre almeno di intercettare appunto la visione della vastità delle fonti. Aiuta gli operatori a non dipendere solo dalle superfici più abituali e invalse. Una dipendenza che poi, immiserendo la portata conoscitiva dei fenomeni, costruisce ripetitività di stereotipi, fa rimbalzare dati non più socialmente verificati. E alla fine riduce, spesso drammaticamente, il rendimento di un’azione comunicativa che aveva buoni intenti.
Questo approccio, diciamo la verità, riguarda anche – centralmente – la formazione dei giornalisti stessi, dei quotidianisti, dei televisionisti, che pur vincolati ai loro format e alle loro regole professionali, hanno (in parte) cultura civile, credono (in parte) nel pluralismo delle fonti, sono spinti (per dare qualità o originalità a ciò che firmano) ad utilizzare una moderna interdipendenza che molte volte evita brutte figure: scritto un pezzo “a una dimensione” un’ora dopo il lettore può sbugiardarlo perché immagini non censurate sugli schermi o qualche video in Youtube mostrano l’altra faccia della medaglia (Lampedusa un esempio).
Così gli attori di una dialettica spesso dura (istituzioni da una parte e associazioni di valori e diritti dall’altra) sono uniti nella medesima difficoltà: quella di cercare una rappresentazione più complessa di ciò che i media propongono, pur nel convincimento che tali media siano centrali e che la loro libertà sia pre-condizione di tutto, ma al tempo stesso non perdendo nessuna delle opportunità offerte dalla capacità di operare in più circuiti. Oltre ai media tradizionali, dunque:
         la dinamica comunicativa della rete
         la stampa specialistica
         la comunicazione istituzionale
         lo spettacolo
         il contesto socio-culturale.
Questi luoghi oggi trattano la materia migratoria con una articolazione di sentimenti che non appiattisce sull’allarmismo e non  profila sulla sola patologia l’avanzare di fatti (e quindi di notizie) che investono le storie dei flussi umani che in tutto il mondo – dipendendo dall’incrocio di cinque immense variabili: la demografia, la nutrizione, l’economia, la salute, la libertà – sono la dominante del nostro tempo. Luoghi che hanno presidi con competenze differenziate. Da qui il problema di regia e strategia che la materia comporta per qualunque soggetto voglia agire sul grande palcoscenico della rappresentazione facendo i conti con i media ma non arrendendosi al ruolo unico dei media stessi.
 
Alla ricerca di ragioni per motivare politiche pubbliche anche comunicative sulle migrazioni
In Italia e in Europa istituzioni e soggetti pubblici implicati nella gestione dei processi migratori devono affrontare il tema della doppia pista di governo(immagine e realtà), non postulando che il dato di realtà sia di per sé convincente. Devono cioè attrezzare il proprio approccio conoscitivo, strumentale e operativo ad una responsabile capacità di tenere in correlazione i due ambiti. Agendo in forme che soprattutto il sistema mediatico avverta come corrette misure di sevizio e non come manipolazioni. Ciò comporta organizzazione, metodologia, strumentazione. In breve, un presidio altamente professionalizzato. Appunto, solo alcuni (e marginali) ambiti accennati hanno responsabilità diretta dei soggetti istituzionali. Altri, con caratteri selettivi e concorrenziali, sono alimentati in tempo reale da tutti i soggetti in campo. Sono internazionalizzabili. E confrontabili con elementi di lettura da parte dell’opinione pubblica in cui convergono fattori razionali e irrazionali. Alcuni teatri poi non hanno carattere informativo in senso stretto ma producono senso comunicativo attraverso l’efficacia simbolica. Dunque investono il delicato campo della produzione culturale. Prevalenti connessioni (sempre da leggere in termini di ragionevole presidio): lingua, abbigliamento, comportamenti, usi, spettacolarità, folklore, eccetera.
Le fonti accennate poi non agiscono in condizioni separate, ma convergenti, competitive, conflittuali. Ciò pone la regola ai responsabili delle funzioni comunicative pubbliche di percepire il loro ruolo non in una sorta di sopramondo autoreferenziale ma commisurando l’efficacia a tale quadro di oggettività relazionale. Una questione di fondo abitualmente si pone: validare o invalidare continuamente dati, opinioni, informazioni. Qui – almeno coloro che hanno pubbliche responsabilità – dovrebbero avere una prioritaria regola: di fronte alla complessità e alla novità dei processi migratori, l’azione comunicativa pubblica deve sapersi innanzi tutto nutrire di adeguata ricerca. Vi è consapevolezza che sulla materia agiscono nella P.A. questioni di spesa, di coordinamento, di procedura. Ma il tema va posto con forza. Il campo di ricerca che comporta una ineludibile responsabilità pubblica, trasformandosi in fonte continua (mediaticamente spesso più credibile di dichiarazioni e comunicati) è principalmente quello del dato statistico evolutivo. Che va dunque sollecitato, compreso, confrontato, utilizzato e reso il più trasparente possibile. E che va collocato nella sua stessa evoluzione metodologica (per esempio, nuovi approcci al perimetro del pil). Quando il soggetto pubblico (postulando capacità relazionale tra ambiti internazionali, nazionali e territoriali) agisce con forme comunicative alimentate da analisi e ricerca, il territorio di maggiore interesse scientifico e di maggiore difficoltà ad operare (per modificare positivamente il quadro relazionale conseguente) è costituito dai fenomeni di:
         pregiudizio (un giudizio prodotto da una persona o da un caso proiettato su tutta la “gens” connessa a quella persona o a quel caso);
         e alla determinazione di stereotipi nell’opinione pubblica (sedimenti persistenti anche se non più commisurati alla realtà).
Il sistema mediatico, considerandoli parte della domanda viva di informazione, ne amplia il peso, fornendo in modo mirato materiali che soddisfano quella domanda. Ricerca e comunicazione hanno – in tale visione – un rapporto stretto e importante solo se si integrano nel rapporto con la realtà e quindi nella metodologia. Niente di peggio che affidamenti di ricerca sconnessi allo scopo di utilizzo. Il tema presuppone integrazione tra uffici competenti spesso precari nella P.A. e uso pluralistico di fonti (si veda per esempio in materia di media e migrazioni il patrimonio di informazioni a disposizione su www.cestim.org).  In questo caso un tema centrale della motivazione a connettere ricerca e comunicazione è quello di promuovere sui materiali messi in circolazione una sorta di patto interpretativo sui fenomeni studiati che – per qualità metodologica e chiarezza espositiva – vengono accettati dai media e dalla rete come materiali “validi”, basi di confronto per il trattamento della realtà.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Professore di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica all’Università IULM di Milano, Segretario generale Fondazione Università IULM. Già direttore generale Informazione ed Editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri , dirigente in istituzioni e in imprese. E’ altresì membro del comitato scientifico dell’Unesco-Bresce e del Consiglio superiore delle Comunicazioni. Nell’ambito di Fondazione IULM dirige, tra l’altro, l’Osservatorio sulle relazioni Italia-Romania (ITRO) che dedica un’attenzione permanente al tema migratorio (www.stefanorolando.it).