Camera Deputati. Italia-Romania, percorso di analisi della reciprocità di immagine (6 lug)

Camera dei Deputati – Senato della Repubblica
GIORNATA DELL’AMICIZIA ITALO-ROMENA.
DUE ECONOMIE A CONFRONTO
Martedì 6 luglio 2010
Palazzo Montecitorio– Sala del Mappamondo
Presidenti della Sezione bilaterale di amicizia Italia-Romania: Guido MELIS, Marius Sorin Ovidiu BOTA
 
Intervento del prof. Stefano Rolando
Segretario generale Fondazione Università IULM – Direttore Osservatorio ITRO sulle relazioni tra Italia e Romania
 
 
Signori Presidenti della Sezione bilaterale parlamentare, signori ambasciatori, signori rappresentanti dei Governi e delle Associazioni imprenditoriali, ringrazio vivamente la Sezione parlamentare bilaterale e il suo co-presidente italiano – l’on. prof. Guido Melis, uno dei maggiori storici della pubblica amministrazione italiana a cui mi legano tanti anni di cordialissima frequentazione scientifica e professionale – per avermi invitato a questa giornata dedicata alle relazioni economiche italo-romene, esprimendo l’interesse per una voce radicata nel sistema universitario che da anni segue l’andamento dei profili bilaterali tra i due paesi, svolgendo un ruolo indipendente e perciò utile sia nei confronti delle istituzioni che dei rispettivi sistemi di impresa.
Porto qui il saluto del mio rettore, il prof. Giovanni Puglisi, che è altresì presidente della Fondazione che gestisco dal 2004, anno in cui è stato avviato – nel quadro di una più ampia attenzione ai problemi di Nation and City Branding – un osservatorio attorno ad un processo di crescente integrazione (economica, sociale, culturale e infine politico-istituzionale) tra due paesi oggi comunitari ma un tempo divisi da quasi tutto (salvo l’antica radice latina). Un processo che nel corso dell’ultimo decennio è stato segnato da momenti assai diversi e da temi di metaforica grande rilevanza per capire il contesto geo-sociale (oltre che geo-politico) della nuova Europa.
La nostra realtà universitaria ha una sua specializzazione nei territori dell’intangibile.
Ma ciò non deve far pensare che si tratti anche di effimero. Parliamo in questo convegno di “scambi”. Ebbene i flussi dei trasferimenti internazionali sono fatti di merci, persone, capitali, tecnologie. Tutto ciò si vede e si tocca. Ma sono fatti anche di pensieri, memorie, proiezioni, immagini, nella loro aderenza e nel loro stravolgimento. Diventando dunque attrazioni, seduzioni ma anche stereotipi e pregiudizi. In condizioni di tranquillità prevale l’accompagnamento – ai processi reali – di profili immaginari fisiologici; in condizioni di turbamento e stress prevale un accompagnamento segnato da un immaginario patologico.
Questo approccio è oggi strutturale nelle condizioni di governo e di controllo delle democrazie. E dunque occuparsene è una componente ineludibile anche della scienza politica, oltre che una parte essenziale dell’economia e della regolazione dei comportamenti degli attori sociali nei mercati.
In questo tipo di attenzione, svolgiamo un’analisi della questione della immagine nazionale trasmessa e percepita soprattutto in contesti bilaterali (ci siamo occupati in questi anni di Turchia, India, Brasile, Stati Uniti oltre che di Romania), ritenendo che l’immagine non sia cipria, ma un duplice fattore strutturale nei processi di crescita e di governance dei paesi.
  • Da un lato l’immagine percepita all’esterno di un paese è una forte pre-condizione economica, cioè esprime i livelli di attenzione, desiderabilità, attrattività di un contesto nazionale e territoriale indipendentemente dalla conoscenza effettiva. Appunto costruito intorno a ciò che “immaginiamo”. Il più delle volte con vaghezza.
  • Dall’altro lato questo ambito determina condizioni di governo del branding pubblico o per meglio dire di potenzialità di governo, giacché spesso si agisce con poca consapevolezza delle leve di controllo e correzione di ciò che potrebbe essere più chiaramente chiamato come il “patrimonio simbolico” di un paese o di un territorio.
Dunque i soggetti che assumono decisioni, tanto nell’economia quanto  nella politica, fanno bene a prestare attenzione – costante e sostenuta da rilevanze scientifiche e non approssimativa – ad un territorio complesso di analisi al tempo stesso dell’opinione pubblica, della mediatizzazione degli eventi e della formazione delle condizioni di trasformazione di quel “patrimonio simbolico” che fa, attorno alla sua cangianza, la fortuna o la sfortuna internazionale di paesi e popoli.
 
La vicenda italo-romena è segnata – nell’ultimo decennio – da quattro distinte fasi:
  • lo scambio intervenuto ad inizio del decennio di una forte delocalizzazione di imprese medie e piccole italiane, prevalentemente del nord-est italiano, con attivazione importante di lavoro ed esperienza manifatturiera in Romania, a cui ha corrisposto una prima ondata migratoria di lavoratori romeni in Italia;
  • l’avviamento concreto del negoziato per l’ingresso della Romania nella UE, fortemente sostenuto dall’Italia;  e le condizioni di grande impatto nel duplice processo di flussi sociali e imprenditoriali nel periodo immediatamente successivo all’ingresso formale con fenomeni non compiutamente previsti e dunque in parte “scappati di mano”;
  • le condizioni di reattività dei sue sistemi-paese a seguito di tali impatti;
  • l’avviamento alla normalizzazione (attuale) ma con trascinamento di effetti sulle politiche e sui profili dell’opinione pubblica con problemi di nuova governabilità dei processi relazionali bilaterali.
 
In quella prima fase (300 mila lavoratori romeni in Italia, 15 mila imprese italiane in Romania con ampia concentrazione nel “distretto” di Timisoara) abbiamo svolto, con il patrocinio dei due ministeri degli Esteri, la prima rilevazione sulla reciprocità di immagine che ha dato risultati straordinari di altissima inclinazione reciproca, con punte di accettabilità e accoglibilità anche superiori all’80%
 
Presentammo nel 2005 – con gli ambasciatori dei due paesi e i rappresentanti di economie e governi e con segmenti dei due sistemi universitari interessati all’analisi di quel processo – il primo nostro rapporto, segnalando che la condizione idilliaca non sarebbe durata in eterno.
Ricordo in un convegno in Italia, in Umbria, il nostro ambasciatore a Bucarest Daniele Mancini – oggi qui presente – dire, forse inusualmente per diplomatici abituati alla formula di rappresentanza di “un governo”, che vi era un crescente sentimento di “rappresentanza anche di popoli in viaggio l’uno verso l’altro”. Un sentimento comportante speciali responsabilità.  Si stava formando una sorta di “terzo stato”, certamente una condizione di intreccio di larga proporzione sociale che profilava – tra gli italiani da una parte e i romeni dall’altra parte – un terzo vasto ambito di contaminazione e di integrazione.
Ed è evidente che questa contaminazione investiva ed investe aspetti positivi, scoperte, condivisioni. Ma poi dipendeva e dipende anche dai fatti, dagli eventi, dalla loro mediatizzazione, dal racconto che muove anche da fonti di opinione meno coinvolte e meno disponibili. Le contaminazioni insomma investono anche condizioni di alterità. E non possono per definizione essere tutte rosee.
 
Dopo l’apertura delle frontiere, nel senso della formazione di una comune frontiera comunitaria, sappiamo tutti che nel giro di poco tempo in Romania sono raddoppiate le presenze imprenditoriali italiane (e anche di lavoratori italiani al seguito delle imprese) e nell’esodo immenso della componente produttiva della società romena (un quarto della popolazione lavorativa se ne andata) in Italia si è rapidamente arrivati a un milione di migranti. Tra questi – con tantissima gente per bene con il coraggio di lavoratori che vogliono migliorare l’avvenire loro e dei loro figli – alcune “mele marce”.
 
La terza fase è stata segnata da aspetti di trasformazione strutturale della relazione, tra cui quella del sistema di impresa italiana che ha chiuso la parabola della delocalizzazione lasciando posto a investimenti radicati e anche alla presenza delle grandi imprese e delle banche, sfiorando oggi le 30 mila imprese operanti in Romania; e quella dei lavoratori romeni in Italia diventati a migliaia non solo “partite IVA” ma anche piccole e medie imprese soprattutto di servizi e costruzioni.
Qui – strutturando meglio il nostro Osservatorio, sempre con il patrocinio dei due ministeri degli Esteri, ma con un commitment coraggioso e responsabile di Unimpresa Romania, l’associazione degli imprenditori italiani in Romania, nella fase di presidenza di Stefano Albarosa, che stavano subendo il contraccolpo (sociale e politico) di un fenomeno di criticità attorno alla presenza romena in Italia, in parte strattonata dall’uso mediatico della notizia patologica e non di quella fisiologica, in parte dalla strumentalizzazione di componenti politiche che hanno cavalcato paure a fini elettorali – abbiamo realizzato e pubblicato nel 2008 un secondo rapporto. Tale rapporto – insieme a tanti dati utili – segnalava una contrazione del 30%, in tutti e due i paesi, del sentimento di fiducia e di disponibilità alla relazione reciproca. Il margine maggioritario della “buona immagine” ancora si manteneva, ma la contrazione (più in Italia che in Romania, va detto) era forte e lanciava ora segnali di “governo” ancora più precisi.
 
La decisione assunta è stata quella di lanciare l’idea di un Forum della società civile in cui poter collocare una bilaterale qualificata di rappresentanti di imprese, associazioni, università e media, con il sostegno delle due realtà istituzionali. Un Forum che avrebbe dovuto creare un luogo stabile per mantenere l’analisi dell’opinione pubblica e del processo di immagine, contribuendo tuttavia a valutare progetti (sociali, culturali, formativi, economici) molto incidenti sul miglioramento delle relazioni, offrendo così un qualificato contributo ai vertici intergovernativi dei due paesi che, con una tale sponda, avrebbero avuto più stimolo alla concretezza e a non cedere a visioni retoriche e demagogiche.
 
La già non facile decisione ha visto però anche l’arrivo dei segni inequivocabili della crisi. Nel periodo in cui – diciamo la verità –  gli italiani la minimizzavano e i romeni non credevano che da loro sarebbe mai arrivata. E’ arrivata eccome, nei due paesi. Riducendo rapidamente tutti i margini di progettualità in corso, rinviando decisioni a istituzioni anch’esse in maggiore affanno, in sostanza entrando in un clima di prudenza sia a fare, sia a promuovere.
Un periodo lungo, che considero ancora in corso, di “insufficiente attenzione” al presidio che il tema imponeva.
Vero è che nel luglio dello scorso anno i due ministri degli Esteri – Franco Frattini e Christian Diaconescu – in un convegno sulle relazioni economiche promosso dalle due associazioni imprenditoriali a Bucarest, in cui vi fu una furtiva occasione per  parlare del nostro ultimo Rapporto – utilizzarono l’evento sostanzialmente per lanciare quel Forum della società civile. Fu questa la “notizia” che uscì dall’incontro. Ma non fu possibile poi, nel corso di mesi, imbastire una conseguenza, così che Osservatorio, ricerca, quadro di relazioni che si erano stabilite, tutto ciò è entrato sotto la voce “stand by”.
 
L’iniziativa avviata oggi dalle componente parlamentari delle istituzioni dei due paesi – so di poterlo dire con il consenso degli ambasciatori dei due paesi qui presenti (a loro, cioè a Mario Cospito e a Razvan Ruzo, si devono le due prefazioni all’ultimo Rapporto realizzato)- potrebbe, questo l’auspicio, rilanciare il programma e richiamare l’attenzione dei governi per una sollecita iniziativa tesa a recuperare la forza e l’attualità del programma.
 
Aggiungo che il programma avrebbe consentito – e tuttora consentirebbe – anche di operare su tre aspetti importanti che si ricavano dalla lezione degli eventi recenti a cui ho fatto rapido cenno:
  • il primo riguarda il fatto che l’immagine internazionale della Romania ancora – malgrado gli immensi passi avanti del paese – non ha trovato il suo profilo semplificato e iconizzabile che rende possibile una positiva intercettazione da parte dei ranking internazionali accreditati, che ben conosciamo; con grave danno per il paese e con riduzione anche della potenzialità bilaterale nel rapporto con l’Italia; giusto sarebbe dedicare attenzioni specialistiche alla via di uscita al riguardo;
  • il secondo riguarda la necessità di fare dialogare di più i due sistemi mediatici, per creare condizioni stabili di conoscenza reciproca e di stabilità dei giudizio attorno ai fatti magari solo noti agli addetti al lavori ma che oggi sono parte della tessitura fisiologica dei due rispettivi radicamenti sociali e culturali;
  • il terzo riguarda un abbassamento della soglia di interesse del mondo culturale, universitario (malgrado la forte crescita del movimento di studenti che darà i suoi frutti nel medio termine)  ed editoriale che – in questa fase – dovrebbe invece essere in fase reattiva, di crescita e di investimento; basti solo dire che il terzo rapporto che – nel frattempo – abbiamo ritenuto di realizzare in autofinanziamento, per offrire una base conoscitiva di “percorso” a tutti coloro che sono interessati alla bilateralità, con l’autorevole prefazione del prof. Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, non sta trovando un editore italiano significativo interessato alla pubblicazione, avendo noi deciso di non confinarlo nella editrice di ateneo che ha pubblicato il secondo rapporto finito poi non distribuito (segnalo tuttavia che è in corso – sempre in un quadro volontaristico – la traduzione in rumeno per consentire comunque una pubblicabilità nei due paesi a partire dai primi di settembre).
 
In conclusione vorrei dire che l’intervento che abbiamo appena ascoltato del vice-ministro Adolfo Urso – concreto, competente, senza retorica, come è di qualcuno che conosce bene il contesto relazionale – è integralmente condivisibile.
Nel senso che la percezione di crescita, di miglioramento (pur nella perdita di primato delle relazioni commerciali italiane in Romania a favore della Germania), di stabilizzazione dell’esperienza cooperante nel quadro comunitario, è materia non minimizzabile e credo anche ben percepita da quel “terzo Stato” a cui ho fatto prima riferimento, cioè quel complesso mondo di chi ha intrecciato vita e lavoro, destino e memorie, pensieri e speranze.
Ma restano i mondi che sanno meno, che comprendono meno, che si aspettano meno.
Essi votano, comprano, giudicano, parlano. E fornire loro in forma pensata, programmata, saggiamente comunicata, un quadro evolutivo di ciò che oggi è quota non trascurabile di bilanci, di pil, di capacità di acquisto, di reddito fiscale, eccetera, dovrebbe essere una doverosità sottratta al caso e alle speculazioni. Soprattutto quando in questo sistema di “flussi qualificati” c’è posto per la storia, la cultura, lo spettacolo, l’arte, il pensiero, tutto ciò che – come ben si sa (e come dovrebbe ben sapere il nostro paese che ha avuto metà della popolazione in emigrazione nel mondo tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, in condizioni ben più difficili di quelle attuali – abbassa le soglie dei pregiudizi.