Brand Italia. Non è più tempo di statistiche casuali (Finanza&Mercati, 11gen2011)

Finanza&Mercati – martedi 11 gennaio 2011 – pag. 19
Brand Italia
Non è più il momento di statistiche casuali
Stefano Rolando
 
Finestra in prima pagina -  I dati economici costituiscono la reputazione di un Paese. Utilizzarli in maniera strumentale crea confusione. Sono maturi i tempi per immaginare che un organo autorevole e indipendente come Istat provi a immaginare un prodotto così delicato che, ovvio, deve spronare e non censurare la capacità critica di giornalisti, analisti mediatori di opinione, operatori di marketing e politici.
 
Non vi è giorno in cui media e politica si dimentichino di dire la propria sull’immagine dell’Italia. Editoriali a firma di noti intellettuali gridano allarmi. Chi governa assicura per “legittima difesa” che mai abbiamo goduto di così buona reputazione. Poi nella vetrina mediatica si infilano regioni o città che – tra vistosi redazionali e alcuni servizi autonomi – fanno intendere (un classico dell’italianità) che il paese può andare a rotoli (in termini di image) ma il suo territorio (quello che prende l’iniziativa di comunicare soprattutto) è nel cuore dei popoli della terra. Ernesto Galli della Loggia ha scritto (Corriere, 7 gennaio) che “l’immagine dell’Italia è schiacciata sotto tre stereotipi: Berlusconi (vissuto come un mistero orripilante, premessa di ogni male), l’onnipotenza della mafia e della camorra, il pervadente oscurantismo del cattolicesimo”. Due giorni dopo un’altra firma illustre, Carlo Bertelli, ha scritto sempre sul Corriere che “il New York Times mette Milano ai primi posti per arte e creatività”. Finmeccanica e Fincantieri al tempo stesso si stagliano nelle pagine economiche per commesse miliardarie sottolineando che sono frutto anche della “tenuta del sistema Paese”. A fianco di questi commenti esclamativi un dato getta un’ombra sinistra sull’intero tema: la disoccupazione giovanile: 28,9%, “mai così dal 2004. L’Espresso sceglie come dominante della reputazione il tema dell’insolvenza: “il peggio può arrivare dall’Italia”. Ora si legge del ranking di popolarità dei sindaci, costruito da un istituto privato di marketing e lanciato dai TG, che sceglie con abilità (nord-sud, destra-sinistra) sindaci “amatissimi” dalle rispettive popolazioni.
I commenti dei politici, in materia, sono recite d’ufficio: al governo spetta declamare, all’opposizione condannare. Cultura condivisa: mai!  Insomma, se è vero che gli indici di reputazione sono una precondizione essenziale della capacità relazionale dell’economia, perché esprimono l’attrattività e la desiderabilità di un paese, non si capisce perché su ciò regni tale confusione. Si capisce che non si vuole arginare la condizione pirandelliana che pretende di fare di questo tema il copione permanente di “uno, nessuno, centomila” ossia di “così è se vi pare”. La frammentarietà, la casualità, la mancanza di precisazioni metodologiche, l’intreccio tra dati e opinioni, spesso per  promuovere non una riflessione critica ma per fornire pretesto di visibilità a chi pensa di essere una medicina quotidiana per la salute degli italiani, insomma questa fiera degli scampoli di opinione pubblica sottratta a ogni regola e ogni riferimento forte e certo di pubblica responsabilità istituzionale dovrebbe far riflettere mercati e istituzioni. Entrambi avrebbero bisogno di avere su questa materia (rendendo ciò accessibile, tradotto e aggiornato con facile reperibilità) un repertorio critico dei ranking che comunque nel mondo si fanno, anche sul nostro paese, ma che vengono centellinati e resi preziosi perché il loro consumo è regolato dal caro prezzo a cui i dati stessi sono ceduti. Avrebbero poi bisogno di avere rilevazioni periodiche – condotte con rigore statistico (campionatura e formulazione delle domande) – in cui l’architettura metodologica corrisponda ad un punto alto di responsabilità degli interessi generali in piena indipendenza dall’influenza di soggetti politici ed economici. Infine avrebbero bisogno di una somministrazione che non risponda al calendario della lotta politica, della penuria di notizie sui media o della competizione d’affari, rispondendo invece a date prestabilite per assicurare costanza nella periodicità e nelle verifiche. Verrebbe da dire che sono maturi i tempi per immaginare che un organo che ha provato sin qui autorevolezza e indipendenza come Istat – magari con un board che includa esponenti di prestigiose università – provi a immaginare un prodotto così delicato che naturalmente deve spronare e non censurare la capacità critica di giornalisti, analisti, mediatori di opinione, operatori di marketing e politici. Ma attorno a un data-base che non dovrebbe avere carattere diverso da quello dei prezzi, dei consumi, dell’occupazione e del tasso di crescita.