Analisi dei risultati delle elezioni regionali francesi (Mondoperaio n. 4-2010)

Mondoperaio n. 4/2010
taccuino
 
Sinistra francese
Astensione e resurrezione
>>>> Stefano Rolando
Ero a Parigi il giorno del “secondo turno”, quando si è confermata la provocazione non solo della astensione maggioritaria (53,51%) ma anche dei voti bianchi o annullati nell’urna (4,59%). Soprattutto quando ogni titolo di giornale annunciava che al presidente Sarkozy era rimasto il governo della nazione dall’Eliseo con il solo atollo dell’Alsazia nel governo del territorio. Sono nel sud della Francia mentre scrivo ora. E da qui la lettura del risultato ha un altro colore e un altro tono. Ad avere corpo nel Midi è il voto di estrema destra, già affluito su Sarkozy alle presidenziali del 2007 (con alta partecipazione elettorale) e ritirato a Sarkozy alle regionali. Il Front National (9,4% media nazionale, attorno al 23% in Provenza) fa capire meglio l’attuale doppia trincea del presidente della Repubblica. Al nord rispetto alle “sinistre” radicate, al sud rispetto ai nazionalisti (che ci ricordano che qui c’erano i collaborazionisti di Pétain). Lo Stato-Nazione – che in Francia viene ancora celebrato come un modello che tiene – pare così avere una svolta all’italiana. Dove da noi il nord è leghista-ciellino, il sud si berlusconizza (Vendola a parte) e il centro salva la sinistra di governo. Apparenze? Tendenze? Mutazioni? Vediamo
alcuni elementi che i dati elettorali paiono consolidare.
Sinistra. La sinistra fa perno sui socialisti che tuttavia non hanno assorbito le diversità, lasciando ad altre identità tradizionali (ecologisti, comunisti, liste locali) la porta aperta per una autonoma e diffusa costruzione di alleanze e di patti di governo. E’ il migliore risultato per la gauche da 50 anni (oltre a quello di Mitterrand nelle legislative dell’81). L’UMP vittorioso alle presidenziali è staccato di 18 punti. Vedo che il nostro Foglio la chiama gauche Brancaléon, sostenendo che è “un modello sgangherato, vincente ma non di governo”. Gli analisti di quella sinistra in Francia dicono però che si è creata la condizione (e anche la base numerica) per resettare appunto lo schema della leadership. Marc Lazar, sulla nostra stampa (Repubblica), al contrario di Ferrara, la osanna, contrapponendo il successo francese alla precarietà del PD italiano.
Estrema destra. La crescita del FN corrisponde (come per la Lega italiana) all’acuirsi dei “conflitti tra poveri” nei processi migratori. Gli immigrati stabili (poveri si fa per dire), anche se ben poco amati dalla destra, votano (in massa gli asiatici) per Le Pen (anzi ormai per figlia e nipote), perché non facciano entrare più immigrati. Loro sì, gli altri fuori dalla porta.
Sarkozy. Il coup de foudre dei francesi per il presidente che proponeva la sicurezza come priorità perenne dopo due anni si è trasformato in valutazione su ciò che doveva essere acquisito “al di là” della sicurezza (su cui pure i giudizi sono critici). Viste le briciole dei risultati, tolta la fiducia. L’intellettuale Andrè Glucksmann ha appoggiato Sarkozy alle presidenziali confidando nell’orgoglio francese per difendere i diritti umani nel mondo. Ora ammette che sul piano interno “non ha avuto il coraggio di un Churchill o di un De Gaulle di fronte a una crisi che richiede di adeguare il pensiero ai tempi”. “Ha pasticciato – dice – annunciando e ritirando riforme. Non sa che vuole, ne chi è”. Ma siccome la domanda sociale è qui, Glucksmann interpreta l’elettorato medio e dice “può ancora farcela se restituisce un anima al suo corpo e alla Francia”. Per come è fatta l’anima dei francesi nel momento della ripiegata, tra le immagini “di prossimità” dalle copertine esce Carla Bruni e subentra l’austero enarca (promotion ’71) segretario generale dell’Eliseo, Claude Guéant, mai così in vista come ora.
Centristi. L’astuzia rutelliana dell’ago della bilancia (il Mo-Dem di François Bayrou) è annientata dalla radicalizzazione del sistema. La parabola riduce la presenza dei centristi nella sola regione dell’Aquitania (15% pari a 10 seggi).
Fastidio e astensione. La reazione all’eccesso di privato nella vita del presidente (eccesso di moglie, eccesso di presenzialismo, eccesso di mondanità, eccesso di “nostalgia” di un futuro personale fatto più di soldi che di politica, come scrive su Le Monde Michel Nobecourt) è di tipo borghese: non piace. C’è spostamento del voto a destra. Ma c’è pesantemente il “rifugio critico” dell’astensione. La diffidenza per la “casta” è fenomeno globale. Il giornale per decenni portavoce della “politicità”, Le Monde, organizza dibattiti nei teatri sul tema “Politiques, reagissez. Les français ne vous suivent plus!” (il 12 aprile al Théatre du Rond-Point a Parigi, dibattito animato dal direttore del quotidiano Eric Fottorino).
Socialisti. E la leadership socialista? Mah, Martine Aubry, pur sussistendo lo stereotipo “Rosi Bindi” (grassottella, trascurata, ideologica), esce rafforzata e la sua immagine di “carro armato” trova apprezzamento. La sua antagonista (con lo stereotipo della Giovanna d’Arco di sinistra), Segolène Royal, esce rafforzata e supera il 60% dei voti nella sua regione, Poitou-Charantes. Il duello femminile non è banale. Il solo che lo contrasta è il “burocrate” ex-segretario socialista François Hollande. E nello scenario si staglia l’ombra – al riparo del suo alto incarico internazionale al Fondo Monetario (lì dal 2007, su proposta di Romano Prodi) – di DSK, Strauss-Kahn. Un’ombra corteggiata da tempo e anzi incoraggiata dal sistema mediatico francese sempre alla ricerca di “soluzioni”.
Ecolò. Chi esprime un risultato di “lunga durata” è DCB, il sessantottino (apolide fino all’adolescenza, poi tedesco, ma francese per la carriera politica) Daniel Cohn Bendit, che mantiene grinta, parola, messaggio, tensione civile. “Mi limito a conservare l’aspirazione al cambiamento” dice sottilmente. Condiziona e rassicura il lato meno marxista della gauche, quello che nel ’68 si esprimeva in forme anarcoidi e creative. “La Francia si annoiava e l’abbiamo movimentata un po’” dice tenendo in parallelo il 2010 e il ’68.
Ritorni. Dominique de Villepin torna alla politica. Dopo le regionali, dunque, Chirac – cacciato nell’ombra dall’ungherese e dai suoi sospesi giudiziari – torna ad avere un interprete che a sua volta ha subito l’onta giudiziaria uscendone a testa alta. L’ex ministro del Lavoro Xavier Ducros (capolista sconfitto in Aquitania) è stato sacrificato nel rimpasto per lasciare posto alla componente chiracchiana esclusa dal primo governo. Sarkozy deve dunque registrare nuovi equilibri, mentre il notabilato gollista torna a sentire odore di polveri e rialza la testa (a cominciare dal quieto Alain Juppé). Torna (anche nelle analisi di sinistra) l’idea che “Chirac esercitava un ruolo sedativo sulla società francese, il sarkosismo un ruolo eccitante che ha portato a rompere il consenso del paese e la continuità narrativa della storia” (Christian Salmon, membro del CNRS, sociologo dei linguaggi).
Europa. La politica della Francia, soprattutto in Europa, non è scalfita dal quadro che esce dalle urne regionali. In particolare l’asse franco-tedesco, che mantiene, malgrado alterne vicende, il filo rosso delle vicende comunitarie. L’Italia resta – agli occhi di Merkel e Sarkozy – non solo avvolta dalle sue particolarità ma anche dalla sua genuflessione verso l’America e verso il Vaticano, mentre gli inglesi concentrano la loro europeità al controllo della piazza finanziaria. Questo aspetto torna a vantaggio di Sarkozy (la cui presidenza di turno della UE era stata brillante), che può ricavare da questo fronte elementi per la sua risalita di immagine e di consensi. Ben inteso, quando poi si scende sui dossier concreti dell’Europa, gli ambienti liberali che ora influenzano entrambe le coalizioni nazionali in Francia e Germania mantengono una mutua diffidenza. Quelli francesi, ad esempio, trovano i tedeschi “troppo giuridici e proceduralisti” per offrire alla UE il salto di qualità necessario, lasciando così spazi su cui talvolta gli italiani – e il meglio appostato è ancora Tremonti – riescono ad esprimersi.
Riforme o propaganda? Punto centrale
della possibile risalita del presidente francese è comunque mettere mano a riforme credibili e funzionali.
Anche in Francia il 2010 vede una partita essenziale, quella delle condizioni dell’uscita dalla crisi. Non più con teatrini mediatici – anche se affidati a regie seducenti, come quella di Jacques Attali – ma con analisi convincenti dei prezzi da pagare e delle responsabilità nelle ristrutturazioni. Qualcuno introduce valutazioni meno caricaturali della rimonta berlusconiana alle parallele regionali italiane e pensa – con allarme – che la rimonta di Sarkozy punterà invece prevalentemente sul controllo dell’agenda mediatica. Le regionali francesi hanno dunque fatto notizia. Reggendo per oltre una settimana sui media. Senza i colpi di scena intervenuti non sarebbero andate oltre il martedì. Le regioni in Francia non hanno potere legislativo pur essendo ormai un luogo di “potere identitario” che conta per i francesi al di là dei poteri sostanziali.
Il fenomeno delle fondazioni politiche italiane che vanno sostituendo i partiti come luogo di elaborazione e di proposta sperimentale (poi la politica decide se dare o no la patente alle proposte) hanno un fenomeno simile in Francia attraverso i nuovi think-thank che connettono alti funzionari,intellettuali e politici non di primissimo piano. Tra di essi, a sinistra, in area socialista, è l’ora di Terra Nova, guidata da Olivier Ferrand, a cui abbiamo chiesto di esprimere un’opinione sulla prospettiva politica francese e più in generale di aprire un dialogo con questa rivista. Se arriverà in tempo affiancherà questa mia nota. Diversamente lo leggeremo in seguito. Dire che lo scenario che si prepara sia quello che i media amerebbero (per esempio Strauss Kahn contro de Villepin) è prematuro e poco argomentabile.
Lo si dice caso mai nei salotti. E nei salotti si dice anche che “le regionali in fondo sono solo le regionali”. Gli orologi che si vanno ora regolando in Francia sono tuttavia più numerosi di quelli che suonavano l’ora al momento delle presidenziali del 2007. Il campo della politica non solo riapre le prospettive dei socialisti ma anche di altri soggetti che erano stati piegati dal ciclone Sarkozy. Soggetti in cambiamento. Se è permesso dire, Sarkozy compreso.