25 nov., in libreria Marco Pannella con S. Rolando (Bompiani).Intervista sul come e perchè del libro

Marco Pannella con Stefano Rolando : “Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti)”. Un bel libro su sessant’anni di vita politica italiana edito da Bompiani a fine novembre in libreria
Stefano Rolando risponde ad alcune domande sul come e il perché di questo libro
 
Margherita Drago
(Rivista italiana di comunicazione pubblica)
 
 
Esce il 25 novembre nelle librerie italiane “Le nostre storie sono i nostri orti” di Marco Pannella con Stefano Rolando, un ampio colloquio sulla “lunga durata” del leader radicale nella vita politica italiana edito da Bompiani, anticipando di qualche mese l’ottantesimo compleanno di Pannella e sistematizzando un’intervista cominciata a maggio nel giorno di conclusione di trent’anni di esperienza di europarlamentare e poi proseguita a Roma in varie occasioni fino a completare una riflessione che va dalle eredità delle culture politiche liberaldemocratiche del primo dopoguerra all’attuale contesto che i radicali chiamano “la peste italiana”, attraverso note e meno note battaglie su diritti civili, questioni essenziali per i principi democratici e costituzionali, temi legati alla bioetica, alla famiglia, al rapporto tra dinamiche sociali e diritti individuali. Stefano Rolando, professore all’università Iulm a Milano, va dedicando negli ultimi anni una parte importante della sua scrittura ai temi della memoria sul passato prossimo e ai temi dell’identità italiana. E propone alcune analisi di profondità sull’evoluzione della comunicazione politica.
 
Pannella, un politico scomodo. Anche un intervistato scomodo?
No, per nulla. Vulcanico e amabile. Un po’ restio all’esito editoriale  di questa nostra conversazione a tappe. Ma alla fine mi ha regalato un generoso “malgré moi”.
 
Che rapporto hai personalmente con la tradizione politica radicale?
La mia è un’altra, ma spesso intersecata. Sono stato da giovane repubblicano e sto tornando al pensiero liberaldemocratico grazie all’impegno che ho assunto presiedendo la Fondazione “Nitti”. In alcuni momenti della vita professionale e istituzionale ho dato un contributo ad alcune giuste ed esemplari cause promosse dai radicali. Soprattutto ho rispetto per la concezione sacra e teatrale che Pannella ha della politica.
 
Teatrale?
Sì, teatrale. Non il “teatrino” ma l’idea di una rappresentazione sostanzialmente di una cosa tragica. Come la concepivano gli antichi greci.
 
Un libro per le generazioni delle battaglie sul divorzio e sull’aborto o anche per comunicare ai giovani?
Un libro per tratteggiare cosa c’è dietro una “lunga durata” nella politica italiana che ha visto molte storie interrotte. Non sono state interrotte le storie di Andreotti, di Napolitano, di Pannella. Per fare qualche esempio. Chi si interessa di comunicazione della politica ha qui materia di indagine. Quanto ai pubblici,  va da sé che chi ha un forte ricordo degli anni sessanta e settanta ritrova l’analisi del cambiamento sociale dell’epoca. Chi ha oggi venti o trenta anni (per loro ci sono alcune note di spiegazione a fine testo) ha molti motivi per vedere i nessi che collegano storie, idee, personalità, vicende nell’evoluzione italiana ed europea di tutto il lunghissimo dopoguerra.
 
Chi è Pannella?
Non lo dico in una battuta, per dare alibi ai cultori dei “bignami” di evitarsi la lettura del colloquio! Però dedico a questa domanda due pagine dell’introduzione.
 
Cosa ti colpisce di più nella sintesi di una storia politica così ricca e complessa?
Che questo paese non abbia mai dato un incarico istituzionale e rappresentativo a una forza della natura come Pannella. Che, intendiamoci, l’avrebbe probabilmente respinto ma in una idea inclusiva e pluralista del rapporto tra politica e classe dirigente avrebbe consentito di raccontare un’Italia diversa. Come si è poi visto nel caso delle esperienze istituzionali di Emma Bonino. Che – nelle evidenti diversità tra di loro – è parte della sua famiglia politica. Per Marco il potere è più la parola della poltrona, più la visione che la gestione. Ma non per questo non ha un suo pragmatismo e una “tessitura” continua di rapporti e alleanze.
 
La memoria televisiva e comunicativa di Pannella ne fa un “uomo contro”. E questo libro?
Lui tiene a raccontarsi non con il dito puntato contro. E per certi versi la sua memoria consente molti recuperi, molte revisioni. Soprattutto quando si tratta di persone diverse, antagoniste, ma con una propria anima, una propria caratura. Resta tuttavia contro l’evoluzione strutturale di un sistema tra partiti e regole della democrazia in cui credo che la sua protesta sia più “radicale” su temi in cui è difficile dargli torto.
 
Di chi parla Pannella, quali sono i riferimenti più frequenti?
Tutti coloro che affiorano da oltre trenta ora di colloquio attorno ad una vita politica di sessantacinque anni (si iscrisse a 15 anni, nel 1945, alla gioventù liberale) sono nomi riportati nel libro. Per la piega della conversazione c’è più Croce di Berlusconi, più Pasolini e Sciascia di Bersani e D’Alema.
 
Pannella sincero?
Più sincero che elusivo. Ma il tipo di dialogo non era fatto per scovare contraddizioni tra cose dette allora e ora. Avevo una montagna di materiali tratti da internet. Li ho trascurati per seguire il filo culturale di un ragionamento in cui il metodo è ciò che la scatola della memoria sollecitata contiene. Chi farà il “librone” su fatti, atti, parole, documenti di una vita politica tutta intera ha qui una chiave interpretativa ma avrà anche la possibilità di confrontare meglio giudizi di ieri e di oggi. Resta comunque, in Pannella, una coerenza sostanziale di visione delle cose che contano.
 
A proposito di internet, vi è traccia di un libro-intervista che molti anni fa lo stesso editore Bompiani aveva immaginato con addirittura Umberto Eco interrogante e che non ha mai visto la luce. Ne avete parlato?
Pochi cenni. Pannella dice che il testo dovrebbe averlo ancora il curatore redazionale che era Andrea Ketoff. Nessuna polemica. Lui in generale è stato sempre restio a parlare di sé. Mi ha detto che in quel trattamento gli era sembrata marginalizzata la sua opinione della politica, rispetto al protagonismo del suo carattere e della sua personalità. Fu una ragione per non volere la pubblicazione, anche se rispettò e rispetta tuttora l’attenzione che Eco aveva avuto per lui.
 
Hai detto di “revisione” di giudizi. Puoi fare un esempio?
Non c’è dubbio che la documentazione delle “tribune politiche” di certi anni restituisce Pannella molto polemico con tanti leader del tempo. Per esempio con Andreotti che oggi, alla luce di certi atteggiamenti che lui considera equilibrati assunti nella gestione della politica estera, ha una rivalutazione. Gianfranco Fini fa parte di questa rivisitazione ma con storie che hanno anche lunga data. L’amicizia con Craxi è parte dei suoi ricordi, con un trattamento interessante, chiaroscurale, che riguarda radicali e socialisti. Ma mi fermo, perché la storia dei rapporti con la politica italiana è nel libro a tutto campo.
 
Di cosa Pannella va più fiero raccontando la sua storia?
Della “famiglia radicale”, direi. Di quel genere di militanza. .
 
Quali errori lui stesso riconosce nella sua storia?
Detta così, la domanda non tiene conto dei linguaggi di Pannella. Errore è una parola come peccato che Marco non ama molto. L’ho un po’ pressato sugli anni settanta, sui successi maggioritari attorno alle battaglie referendarie non trasformati in forte crescita politica. Sulla vocazione a essere più “protesta” che “governo”. Apriti cielo. Poi su questioni come candidature “sbagliate” , alleanze o altre cose, risponde a tono, caso per caso.
Di cosa ti rammarichi a libro stampato?
Non so, forse del fatto che siamo tutti e due più allegri rispetto a una certa seriosità a cui un dialogo di quel genere obbliga. Ma di questi tempi, diciamo la verità, è difficile scherzare troppo e trasformare il pensiero in battute.