150 a prova di unità – 4 – Piero Bassetti e Giuseppe De Rita (Mondoperaio n. 2/2011)

mondoperaio/ n. 2-2011
150° a prova di unità/4
Giuseppe De Rita e Piero Bassetti: lo sguardo dei cattolici liberali
Colloqui a cura di Stefano Rolando
       

 
Nei colloqui con gli esponenti della sinistra (di tradizione comunista, socialista, repubblicana) che abbiamo pubblicato nei precedenti numeri della rivista (Luciano Barca, 10/2010; Giorgio Ruffolo 11-12/2010; Antonio Macccanico 1/2011) si è colto che la storia che si è condensata nella carta costituzionale, reggendo le complessità e le grandi trasformazioni del sessantennio post-bellico, non è forse un tabernacolo ma è certamente un valore portante per arginare le inquietudini del presente. La scelta di sollecitare l’opinione di Giuseppe De Rita e di Piero Bassetti – due cattolici-liberali di spicco, nella loro radicata vicenda rispettivamente romana e milanese, ma anche alle prese entrambi da sempre con l’evoluzione della identità italiana – rende il confronto di idee un po’ disomogeneo [1]. Non si tratta infatti di due esponenti di una piena e coerente tradizione democristiana (anche se Bassetti è stato esponente significativo di quel partito, nella corrente “di base”, in politica giovanissimo poi presidente di giunta nel primo consiglio regionale della Lombardia, per un tratto anche parlamentare);  ma soprattutto di due impegnati analisti, di formazione cattolica, della condizione strutturale e identitaria della italianità, con strumenti e obiettivi diversi, con contesti tecnico-professionali distinti, con sguardi culturali forse complementari ma non sovrapposti. Non a caso la loro argomentazione ha in comune una visione critica della mitologia dell’unità d’Italia con un diverso approccio alla sopravvivenza della dimensione nazionale e, per come appare nei colloqui, una comune percezione dell’esaurimento del ruolo dello Stato. Ciò che rende – nel caso di De Rita con giudizi più attenti alle compatibilità della visione “romana” del quadro politico-istituzionale, nel caso di Bassetti con giudizi più provocatori maturati nella “questione settentrionale” – questo capitolo dei nostri colloqui sul 150° a prova di unità, un capitolo diverso che fa eco (con originalità e laicità comunque) ad una antica diffidenza del mondo cattolico italiano per le modalità di affermazione ed evoluzione dello Stato italiano.
 
 
 
Giuseppe De Rita:
una “unità” che sopravvivrà per egoismo nazionale
 
 
Centocinquantenario. Hai l’impressione che gli italiani siano soggettivamente riguardati da questo anniversario?
 
Alcuni sì e altri no. Molti di noi hanno qualche ruolo nel “raccontare” questa storia. Siamo eredità e parte del complesso processo che ha forgiato lo Stato e l’identità nazionale, non possiamo far finta che l’anniversario non ci interessi, lasciando spazio ai già sovrabbondanti contributi di opinionisti e storici. Dobbiamo superare le difficoltà e le ritrosie e impegnarci a dire la nostra sul processo culturale, politico e amministrativo che ha unificato il Paese. Possiamo raccontarlo, possiamo interpretarlo, possiamo anche tentare di capire come portarlo ulteriormente avanti. Compiti non del tutto agevoli ma che ci competono, cercando di vedere e valutare dall’interno del soggetto statuale che il processo unitario ha via via guidato.
 
Nel parlarne fin qui con alcuni esponenti di filoni di cultura politica coinvolti in questo processo, si è fatto riferimento alle “tre R” che tentano di far sintesi circa il lessico di base del centocinquantenario: Risorgimento, Resistenza, Repubblica. Un lessico sufficiente?
 
Raccontare questi 150 anni può apparire facile, se si guarda a queste tre “grandi R” che intercettano i principali  momenti di formazione e crescita dell’identità nazionale. Eppure le cose sono molto più complicate di quanto sembra. Il Risorgimento è stato raccontato in tutti modi, spesso con una ricchezza di venature storiche di grande accuratezza (penso all’ultimo libro di Lucio Villari),  ma in prevalenza con una troppo evidente indulgenza alla facile retorica di una troppo facile costruzione di un’unità che invece fu faticosa, contraddittoria, tragica. Sul Risorgimento siamo, in sostanza, appiattiti alla leggenda e non riusciamo neppure a valorizzare gli elementi più impegnativi del processo di unificazione (il ruolo di Mazzini, il ruolo dell’associazionismo di vario tipo, il ruolo dei militanti singoli o di piccolo gruppo e quindi senza speranza se non di testimonianza, ecc.);  così come neppure il residuo filone antirisorgimentale, della rivalutazione dei briganti meridionali alla critica del centralismo non incide più sul dibattito sociopolitico di oggi. Il Risorgimento è ormai un ricordo, piacevole o spiacevole che sia; e come ricordo non ispira nessun comportamento collettivo, anche se con questa affermazione rischio di essere accusato di “parlare male di Garibaldi”.
 
Il cambiamento di questa percezione si è realizzato piuttosto rapidamente. Diciamo nel giro di un paio di generazioni?
 
Il Risorgimento è stato a lungo considerato la base della nostra convivenza collettiva, ancora oggi abbiamo a disposizione alcuni miti: la bandiera, l’inno, il riferimento ai padri, l’unità, Garibaldi, Vittorio Emanuele, ma anche Leopardi, o Cattaneo o Manzoni, per indicare gli intellettuali. Certamente il Risorgimento resta vivo nella nostra storia, specialmente nelle generazioni più anziane. Ma sta perdendo largamente la propria vitalità e il proprio vigore. Per noi che leggevamo il libro Cuore era impressionante il senso di una società che risorgeva da lontano, mentre i ragazzi d’oggi potremmo addirittura pensare che non sappiano nemmeno cosa sia il Risorgimento.
 
Stessa insufficienza per la parola “Resistenza” ?
 
Sento il bisogno, forse più pericoloso, di richiamare il fatto che anche la seconda grande R, cioè la Resistenza, non sfugge al destino di non avere più forza di ispirazione di comportamenti collettivi di qualche significato. È un’affermazione delicata in un momento in cui sembra affermarsi un revisionismo insieme freddo e al tempo stesso emotivo (“il sangue dei vinti”), ma che paradossalmente certifica (più che una inversione interpretativa) una sempre più evidente labilità della cultura resistenziale ad attivare idee, movimenti, classi dirigenti e masse. Dopo la fiammata del ’68, peraltro molto ambigua, la Resistenza è rimasta muta come mito di riferimento.
 
In Francia Resistenza è parola del lessico politico condiviso. In Italia è diventata lessico di parte. Quasi fosse alla fine un valore limitato e limitante…
 
La Resistenza l’abbiamo consumata troppo. Io sono sempre stato un amante di questo periodo storico, che chiamiamo appunto “Resistenza”, ma l’abbiamo usata troppo. L’abbiamo fatta diventare prima, come dici,  una dimensione di parte, poi una parola di conflitto, poi una parola, diciamolo pure, di pacificazione e oggi una parola praticamente semi-vuota. E invece no: la Resistenza è stata una cosa grande, quello che non siamo riusciti a fare della Resistenza è passare dalla lotta forte, dalla montagna, dai monti, dai fucili, dalla guerriglia, alla dimensione quotidiana. Io ho sempre sostenuto che il messaggio più bello che la resistenza italiana ha dato è stata la marcia dei “cinque capi”, il 30 Aprile 1945 a Milano, per le vie della città, non sono più vestiti con i pantaloni alla zuava, da partigiani, con il fucile in spalla, ma tutti in giacca e cravatta, come a dire: “noi abbiamo combattuto, ma restituiamo le armi e torniamo a lavorare in termini civili”. Invece il mito è rimasto un mito da montagna, da idealisti, da militanti. La Resistenza doveva diventare cosa di tutti i giorni invece è diventata nostalgia di militanti e ha perso così la sua capacità e la sua forza.
 
Ci resta la Repubblica, che per la verità è storia in atto…
 
Infatti è argomento su cui non ci sono contrapposizioni frontali. Ma non ci sono neppure i miti fondanti dell’unità italiana fatta in fondo dal Risorgimento e “rifatta” dalla Resistenza. Il merito fondamentale della Repubblica è quello di aver innescato la più ampia democrazia (formale e sostanziale) che la storia italiana abbia conosciuta. Quella democrazia che ha liberato energie individuali e collettive di ogni tipo; quella democrazia che ha permesso una vitalità economica e sociale che ha creato nel tempo il modello di sviluppo italiano. Un modello di sviluppo (fatto di pezzi combinati di famiglia, piccola impresa, localismo, lavoro individuale, risparmio, eccetera) che forse è il vero pur se inconsapevole riferimento identitario dell’Italia di oggi, certo più di quanto lo sia la enfasi sulla Repubblica in se stessa.
 
Tracci un perimetro che offre comunque spunti all’attualizzazione dell’anniversario…
 
Mah, la Repubblica è naturalmente anche il fattore più impersonale, perché è un concetto, non un momento storico come il Risorgimento, non una guerra come la Resistenza. E’ una dimensione costituzionale, fatta di  principi. Quello che è stato vero nella Repubblica è stata questa ansia – che io chiamo “di sinistra”, perché è di sinistra, della sinistra comunista come della sinistra cattolica – per la riforma. La ”riforma” è stata la base fondante della Repubblica: poter cambiare con la politica le strutture del Paese, riformare il Paese. Questo il compito della politica repubblicana degli anni ‘50, ‘60, ‘70, ‘80. La fine del riformismo sta nei giorni di oggi, nelle riforme di cui si parla oggi: la riduzione del numero dei parlamentari, la riforma della giustizia, la legge elettorale, cioè riforme che a noi gente comune non interessano, interessano al potere. In questo sta la fine della Repubblica riformista.
 
In sostanza, come hai scritto e detto tante volte, l’identità italiana va ricondotta all’evoluzione strutturale del paese, ai fatti sociali ed economici. Non pare però questo l’approccio del dibattito che – in sede ufficiale o in controtendenza – si è fin qui aperto…
 
Oggi ci ritroviamo, purtroppo devo dire, con i tre grandi temi accennati che sono miti della nostra storia ma non sono più miti operanti. Potrà sembrare a molti paradossale l’affermazione che allora l’identità italiana sia legata più al nostro modello di sviluppo che alle grandi saghe storiche risorgimentali, resistenziali e repubblicane. Ma le cose stanno così. E basta per averne conferma domandare ad un qualsiasi nostro concittadino “quale sarà il futuro del Paese”; risponderà mettendo in primo piano speranze e preoccupazioni sul futuro del modello di sviluppo. Se poniamo mente a ciò, il compito non è quello di ripetere il valore delle saghe passate (oggi in declinante significato) ma piuttosto quello più concreto e forse piatto di continuare a capire e far capire quale modello di sviluppo l’Italia abbia fatto proprio; quanta identità nazionale ne discenda; quanto in esso (centrato sulla liberazione delle energie individuali e sociali) sia importante o declinante il ruolo dello Stato; quanto quest’ultimo avverta con frustrazione di non esser più quel “soggetto generale” (e spesso totalizzante) che era stato almeno nei primi settanta anni di unità nazionale; quanto sottile cambiamento sia in proposito avvenuto nella classe dirigente dell’amministrazione pubblica; quanto diverso sia il messaggio che dallo Stato arriva o deve arrivare ai cittadini (“meno proclami e più servizi”, “meno autoreferenzialità e più orientamento al cliente”, “meno uniformità degli atti e più aderenza alle realtà locali”, eccetera). Lo sviluppo italiano dei prossimi decenni dipenderà anche da questa lenta torsione dei pubblici poteri, centrali e periferici; e se valgono le cose che ho detto, anche da tale torsione dipenderà l’identità nazionale prossima ventura.
 
In una recente occasione di dibattito pubblico hai proposto una periodizzazione interpretativa di questo centocinquantenario. Tre distinti cicli che aprirebbero ora le porte ad una nuova prospettiva. Ti posso chiedere di fare sintesi di questo pensiero?
 
I cicli storici applicabili alla vita delle nazioni sono poco più che cinquantennali. I 150 anni di Italia unita potrebbero così leggersi come contesto dell’evoluzione di una comunicazione pubblica che accompagna la conquista di una piena democrazia del paese. Il primo ciclo corrisponderebbe alla costruzione della statualità di base. Quella che è stata attuata dallamigliore classe dirigente che l’Italia abbia mai avuto – quella dei Cavour, dei Mazzini, dei Gioberti, dei D’Azeglio, eccetera – che ha pensato il pensiero del popolo attorno all’idea di ‘avere uno Stato’ per collocarsi nel novero degli Stati-Nazione europei. Un ciclo, naturalmente, ancora dominato da una élite e che – dopo il cortocircuito della prima guerra mondiale (il regolamento di conti di quegli Stati-Nazione che hanno restaurato un ordine fortemente scosso dal movimentismo dell’Ottocento) – aprirà le porte, durante il fascismo, ad un messaggio ipertrofico attorno alla concezione dello Stato. Diventerà “un impero”. Ma porterà anche alla catastrofe. Così da innescare – fin dal profilarsi dell’antifascismo – un secondo ciclo legato all’idea – produttrice di tanta comunicazione – circa la necessità di riformarlo quello Stato.
 
Quando la parola “riformismo” faceva orrore a sinistra e a destra, ma tracciava un percorso ardimentoso per cambiare il paese…
 
Sì, l’ho accennato prima, il ciclo del riformismo, che crea dopo la guerra un patto tra le culture dei cattolici e dei socialisti, e che genera una tensione tra economia, politica e società circa i nodi essenziali della modernizzazione. La tensione riformista – come si sa – si spegne con il declinare del secolo scorso e quindi di un ciclo in cui già si era manifestata una terza fase, una terza dominante comunicativa: il passaggio dalla centralità dello Stato alla centralità della persona.
 
Come possiamo definire questo ciclo che lascia la parola “riformismo” tra i luoghi comuni sulla bocca di tutti ma fuori dalla realtà?
 
Potremmo definirlo come quello del soggettivismo, stimolato fin dagli anni ’60 da personalità che – come don Lorenzo Milani con l’obiezione di coscienza o Marco Pannella con il divorzio e l’aborto – introducono nel dibattito politico temi legati alla vita delle persone che non avevano posto in quel dibattito ma che poi trovano negli anni recenti un’interpretazione molto più dura, nel senso di imporre l’individualismo contro la socializzazione, la persona rispetto allo Stato. Sarà la filosofia di Berlusconi e di questa attualità italiana, secondo un ciclo che ormai anch’esso è alla fine della sua vitalità.
 
E cosa si intravede nel cambiamento annunciato?
 
Si potrebbe immaginare una sorta di “comunitarismo” legato alle dinamiche territoriali con caratteri di omogeneità. Il tessuto economico di un paese che ha prodotto in forma originale la distrettualità ma anche l’insorgenza attuale della questione del federalismo, potrebbero essere alcuni riferimenti di questa nuova caratterizzazione.
 
Per concludere con le questioni del “centocinquantenario”, attorno alla parola unità si apre oggi un dibattito sostanziale. A cose serve oggi questa unità?
Personalmente ritengo che alla fine servirà per ragioni che forse non sono così nobili come quelle che sovrintendevano alla costituzione dell’Italia: sopravvivrà per egoismo nazionale. Si sta riducendo di molto infatti la capacità di avere un’identità sopranazionale: io stesso, insieme alla mia generazione, ho vissuto per alcuni anni l’idea di essere più europeo che italiano, non solo più italiano che romano. L’identità europea mi sembrava l’estensione naturale di un’idea di una patria. Ci stiamo rendendo conto in questo periodo che la stessa globalizzazione, facendoci cittadini del mondo, ci fa anche cittadini del paese di origine, della tana, dell’Italia come meccanismo di riferimento; l’Europa non è più un riferimento identitario. Quando ricordo che si svolgevano le prime trattative per il mercato comune europeo, tutti ci sentivamo europei. Era un’Europa a sei. E  forse in un Europa a sei ci sarebbe stata una capacità di creare un’identità aldilà delle lingue e degli interessi. Ma quando l’Europa diventa un paese a ventisette identità, ognuno si tiene la sua, non può essere altrimenti, anche il più piccolo non può far altro che difendere la sua. Non essendo riuscito a crescere in alto, non vuole nemmeno cedere verso il basso, verso il localismo territoriale più bieco, quindi deve in qualche modo difendere questa dimensione intermedia. L’identità intermedia resta così quella nazionale, che una volta era povera nei confronti della grande identità europea e forse troppo oppressiva nei confronti della piccola identità territoriale. Oggi la piccola identità territoriale interessa poco a chi vuole fare globalizzazione e la grande identità europea non interessa più perché ciascuno fa egoismo. Succede un po’ quello che accade nelle città, se non è un paragone troppo azzardato: questo egoismo urbano in cui ci si litiga anche l’Expo o le Olimpiadi, o i Mondiali di nuoto, per avere l’evento attorno a cui coagulare 5 o 10 anni di egoismo urbano. Noi con ogni probabilità avremo la nazione italiana non più come patria, come grande retorica risorgimentale, ma come la fredda dimensione intermedia che non ci fa fare fughe in avanti impossibili verso una impossibile identità europea, ma che non ci sfarina in realtà locali, che sentiamo tutti, ma che certamente non hanno cittadinanza in processi di comunicazione, di cultura e di interessi economici molto complessi.
 
 
 
 
Piero Bassetti:
salvare (in Europa) la nazione, abbandonare lo stato.
 
Il dibattito sul centocinquantenario ha segnato debolezze di interpretazione, di partecipazione e di proposta. Fattori di crisi che tuttavia hanno permesso alla fine di fare emergere non tanto le logiche condivise della celebrazione quanto le inquietudini sulla lettura della nostra storia e quindi, almeno su questo, qualche elemento di dibattito. Le “tre R” del lessico dell’unità d’Italia (Risorgimento, Resistenza, Repubblica) hanno, nella maggioranza dei casi, portato a dire che si tratta di un lessico necessario ma non sufficiente. Qual è il tuo avviso su questo?
Dipende se si tratta di raccontare il centocinquantenario o se si vuole riflettere sul percorso storico per capire il futuro che è già cominciato. Io dico subito che non ne usciamo se non affrontando il mondo “glocale” moderno, che cambia molto la prospettiva rispetto al tema dei centocinquanta anni di uno stato-nazione. In questa chiave le tre R sono tre episodi che considero preziosi, che hanno dato un contributo importante a fare evolvere la storia, ma oggi quella storia è superata da una nuova condizione del processo evolutivo. Vero che con queste tre R l’Italia è – in ritardo rispetto ad altri – entrata nel mondo di Westfalia, il mondo cioè con cui – appunto dopo la pace di Westfalia del 1648 – si è formata la logica moderna degli stati europei. Ma siccome quel mondo è finito, o meglio si è trasformato al momento stesso in cui abbiamo messo mano alla costruzione europea e poi grazie a successivi fenomeni di internazionalizzazione e globalizzazione, non è rimettendo indietro l’orologio che possiamo trovare risposte ai problemi di oggi.
 
Va bene. Usciamo dalla periodizzazione tematica del centocinquantenario e affrontiamo allora la validità o la caducità dell’altra parte del tema, quella cioè della “unità”. A cosa serve oggi questa benedetta unità del paese?
Io penso che l’unità sia ancora importantissima. Ma a condizione di considerarla l’unità della nazione, sapendo che la nazione non è lo stato. Lo stato ha fatto la nazione ma la nazione per sopravvivere adesso deve liberarsi dello stato. Dunque, innanzi tutto si tratta di portare la nazione italiana nella nuova “nazione” la cui costruzione è avanzata e cioè la costruzione dell’Europa, in modo tale da risolvere anche altri handicap del processo storico.
 
Quali handicap?
Beh, alcuni sono evidenti. Il nostro Risorgimento è venuto più tardi di quello dei francesi. La nostra Resistenza è stata resa necessaria da una guerra perduta. La nostra Repubblica è stata un miracolo ma ha fortemente risentito dei ritardi accumulati. Allora celebriamo la nazione ma dicendo con chiarezza che mantenerle addosso il vestito “statale” può essere cosa fatale per la nazione stessa. Se non capiamo questo la prospettiva della secessione si propone in modo ineluttabile.
 
Ma il riferimento all’Europa come condizione evolutiva ci riporta alla forma dell’Europa come patto tra Stati. E dunque alla legittimità oggi degli Stati per poter far funzionare l‘Europa. Non trovi?
Ma questa è oggi la patologia dell’Europa. Una condizione evidentemente caduca. E’ bastato che si profilasse una crisi seria, come quella della Grecia, per mettere da parte il protagonismo degli Stati e chiedere soluzioni a dimensione dell’Europa. Questo “bla, bla” sugli stati va totalmente ridimensionato. Gli stati contano sempre meno anche nel negoziato sostanziale dell’Europa dove, sui problemi, si ragiona in termini di territori, di regioni e sempre più di mega-regioni. Quando persino Francia e Germania dimostrano di non riuscire ad essere più soggetti nazionali europei, pare evidente che non è più con il protagonismo degli stati-nazione che si fa l’Europa e che, anzi, se si vuole imporre questa visione si producono spaccature irrimediabili (la legittimità della Padania faceva ridire qualche anno fa, adesso è un aggregato di consensi e di voti visibile). E pare evidente, per converso, che per andare avanti nel processo di integrazione bisogna sacrificare gli stati.
 
Giuseppe De Rita segnala che da anni nessuno crede più in Italia alla prospettiva del riformismo che fino ai primi anni ’90 ha immaginato di potere “riformare lo Stato”, con ormai un ventennio di dominante di riflusso che lo stesso De Rita indica come “soggettivismo”. Un ciclo anche questo in declino e che farebbe intravedere – cito sempre il fondatore del Censis – una soluzione neo-comunitaria con un certo protagonismo territoriale. Come ti sintonizzi con questa riflessione?
Io parlo apertamente – e più generalmente – di nuova statualità.
 
Ma questo protagonismo territoriale non potrebbe – nel caso italiano – significare anche una parte rilevante del paese consegnato irrimediabilmente alle mafie?
Si. Ma bisogna ora riconoscere che la mafia rappresenta una tecnologia statuale più avanzata dello stato. Temo che non abbiamo più alternative. Il futuro è, purtroppo, il familismo amorale non il diritto. E’ così che dovremmo considerare il tema di una nuova statualità.
 
Non è un po’ troppo per la nostra cultura politica?
Dico che su questo non ci piove. Ma attento: lo stato non è apparso sulla scena della storia come una roba per educande. E’ apparso praticando terrore e regicidi. Che ci sia la mafia e che uccida fa parte di un processo di cambiamento, con cui bisogna fare i conti senza pensare che basti la repressione. Siamo sicuri che nel tempo la mafia, la ‘ndrangheta, non si organizzeranno diventando  simili ai  carabinieri, alle gazzette ufficiali, eccetera, eccetera ? Aggiungi che le mafie moderne non sono più costruita solo sul territorio. Il territorio per il potere moderno – lo dico a un uomo di comunicazione – tende sempre più ad essere l’web. E’ costruita sul modo con cui le funzioni stanno sul territorio. E qui sono d’accordo con il ragionamento di De Rita.
 
Qual’è allora la variante settentrionale di questa ipotizzata evoluzione?
Ho cercato di trattare la cosa nella prefazione di un recente libro [2]. Il tema centrale è come combinare insieme le diverse reti. Il plesso di reti. Di cui la famiglia è un esempio, la mafia è un esempio, la comunità sociale è un esempio. Questo plesso di “raccordi con funzioni”, che si esprime, per esempio, nella Padania è un candidato ad una sua statualità. Lo si vede già sul tema dell’accordo tra più regioni su questo approccio. Il nord c’è,  come struttura organica più vicina all’Europa che al sud Italia. In questo senso il nord è già diventato soggetto che tende ad esprimere una nuova statualità. La domanda che hai posto prima in altre parole, cioè quale statualità esprimerà piuttosto la combinazione meridionale delle reti, è corretta. Ma tutto fa pensare oggi che il sud esprimerà una dominante che, per semplificare, sarà meno vicina al vecchio stato di diritto e più intrisa di familismo.
 
Ma al cattolico-liberale Piero Bassetti, fondatore del regionalismo e voce della italicità nel mondo, a cui pur si attribuisce il motto “realizzare l’improbabile”, non viene in mente una soluzione alternativa…
Si, mi viene in mente che il sud che ha inventato la mafia possa inventare una post-mafia che distrugge la mafia che conosciamo finora. O almeno che la possa “riformare”.  E’ questa l’obiezione che ho fatto a Giorgio Ruffolo: se in 150 anni non si siamo riusciti a prolungare lo stato come lo avevano in testa i piemontesi, non si capisce perché possiamo farlo adesso quando lo stato non ha più una lira e con il sud già in mano alla mafia. Il problema va affrontato, certo. Ma non trova risposte in chi ha un atteggiamento nostalgico di uno stato che non c’è più.
 
La parola salvifica messa in campo dal vocabolario bipartisan è tuttavia quella del federalismo fiscale. Ci sono prove – a destra e a sinistra – per cercare lì una via di uscita.
Leggo la cosa per quella che è: il federalismo è un patto, i patti si fanno tra diversi. Abbiamo costruito l’unità nazionale (e anche la nazione) in un processo top down e abbiamo messo quel contenuto in un contenitore rigido. A distanza di 150 anni constatiamo che non funziona. La soluzione è quella che gli svizzeri hanno messo in campo dal ‘300. Prendiamo atto delle diversità profonde. Fissiamo un obiettivo comune, quello di andare insieme in Europa e costruiamo la nuova statualità italiana per avere un ruolo nella nuova fase di costruzione dell’Europa.
Hai citato Ruffolo, che dice che siamo al limite della rottura di quel contenitore…
Ha perfettamente ragione. Ma conviviamo con la mafia. Saviano ha paura di essere ucciso. Ma tu – come tantissimi altri – no. L’abbiamo incorporata. I meridionali la devono trascendere spinti dalla necessità di convivere in un foedus con il diverso meno diverso che sono gli italiani del nord. Se la Sicilia si accorgesse che Barcellona è più vicina a Palermo di Milano riscoprirebbe quello che fece la Lega anseatica, dal tardo medioevo al XVII secolo,  mettendo in rete diversi soggetti che misuravano similitudini. Quello che è certo è che il sud per andare in Europa non ha bisogno di Milano. Meno che mai ha bisogno di Roma che non può dare niente. Di Milano potrebbe avere un bisogno parziale, come per Barcellona, Monaco o Marsiglia. Il sud ha possibilità di agire per linee esterne. Non dimentichiamoci che lo sbarco e l’impresa di Garibaldi avvennero con il favore degli inglesi. L’Europa sta tornando a quella dimensione. Ma il Sud la deve smettere di aspettarsi lo sviluppo da chi non glielo può più dare per mettersi  a cercarlo dove lo può trovare.
 
In occasione di una recente visita del presidente della Repubblica Napolitano a Milano avete parlato. Di queste cose?
Non in modo così crudo, ma queste cose le ho accennate. Basta di sostenere questa storia del Risorgimento, ho detto, così non si va da nessuna parte, si fa solo il gioco della Lega. Stiamo sul concreto: di fronte alle argomentazioni dei risorgimentalisti, quelle della Lega sono dieci volte più forti. Come si fa a dire “facciamo gli italiani” se in 150 anni abbiamo passato il tempo a disfarli?
 
Ma i nodi cruciali della storia dei 150 anni non hanno in qualche modo – anche dal tuo punto di vista – generato condivisioni e frammenti di identità comune?
Mah, caso mai si potrebbe dire che ha fatto di più la televisione. Tanto che questo aggiungerei al presidente della Repubblica: dopo la guerra persa, abbiamo fidelizzato l’Albania senza mandarci un soldato, solo attraverso il ruolo della tv, riproviamo caso mai da qui. D’Azeglio aveva provato con la scuola e con la leva. Noi abbiamo abolito la leva e scassato la scuola. Come diavolo si fa oggi ad intervenire su quella materia? Come si fa a tenere uniti gli italiani? Tu dici, il malaffare ci prova, da Palermo a Milano, attraverso il potere del denaro.
 
Ti chiederei – diciamo così con una certa irriverenza – cosa faresti alla luce di queste riflessioni per il giorno della celebrazione del centocinquantenario?
Io continuo a fare il tifo per la nazionale di calcio, sia chiaro. Tutto va inquadrato nella storia. Accetto la celebrazione. I 150 anni di una dimensione politica hanno ben il diritto di essere celebrati. Ma anche di essere giudicati. Per esempio finanzierei il dibattito sul perché il Risorgimento è fallito. Accoglierei la positività del fatto che questi 150 anni ci hanno messo in condizione di discutere oggi su cosa abbiamo fatto 150 anni fa. Io lo canto oggi l’inno di Mameli, Se andassi al rifugio in alta montagna canterei la Montanara ohè. Quello che trovo sbagliato è regredire esperienze di oggi al sistema valoriale di ieri.
 
Quale sistema valoriale?
Quello che ho indicato prima, quello generato dalla pace di Westfalia, cuius regio eius religio, i confini, la violenza legittima. Modalità con cui non si tiene insieme il nuovo comunitarismo.
 
E allora proviamo a definirlo meglio questo neo-comunitarismo…
Può essere letto in due modi. O è comunitarismo di sola base territoriale e spaziale, ed è la Lega. Oppure è comunitarismo moderno che ha per territorio l’web e per leganti le funzioni e solo per recipiente la dimensione locale, e allora la lettura è più complessa. Cosa tiene insieme la Svizzera? Una dimensione locale parlata in tedesco, in francese e in romancio. Fosse stato per D’Azeglio li faceva parlare in tedesco tutti. Non ci sarebbe stata la Svizzera.
 


[1] Li ho brevemente descritti nel capitolo I miei cattolici liberali. Piero Bassetti e Giuseppe De Rita, in Quarantotto. Argomenti per un bilancio generazionale. Bompiani, Milano, 2008. In verità questo “inquadramento” ha qualcosa di forzoso rispetto ai profili originali e complessi di entrambi. Fa parte, forse, del vizio novecentesco di sistemare persone e pensieri in categorie comunicabili. Pur ritrovando in De Rita tracce di quel filone di riflessione nel rapporto tra élite e popolo che rimanda a Gioberti, Rosmini , allo stesso Manzoni e poi – nel ‘900 – si riconosce nella visione laica e di primato della libertà economica sostenuta da Sturzo e De Gasperi. E pure la coniugazione tra ragioni dello stato e del mercato di questo approccio appartengono alle riflessioni di Bassetti con un rinvio specifico al rapporto tra la borghesia e l’etica pubblica che è parte della cultura di emancipazione di Milano e della sua storia di conciliazione tra cristianesimo e diritti civili e sociali.
[2] Italici. Il possibile futuro di una community globale, a cura di Paolino Accolla e Niccolò D’Aquino, Casagrande, Bellinzona, 2008.